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L’uomo, nella sua evoluzione sociale e culturale, ha avvertito la necessità non solo di comunicare con i suoi simili, ma di tramandare le sue esperienze di vita e le sue invenzioni.
L’uomo sociale è nato ed è cresciuto di pari passo con il linguaggio, cioè con quella somma di suoni (parole) articolati e ponderati che l'essere umano emette in numero quasi illimitato di combinazioni.
Moltissime specie animali si servono di svariati tipi di segnali per comunicare tra di loro, ma si tratta di un repertorio senza variabili ed abbastanza ristretto (sistema chiuso) e, spesso, limitato ad un solo sesso.
Solo l’homo sapiens è pervenuto alla creazione di un linguaggio dotato di un così non ristretto numero di combinazioni da consentirgli di dar vita a migliaia di lingue compiute; molte sono ormai scomparse, ma si contano, ancora oggi, circa 5000 lingue vive.
Il linguaggio, a differenza di tanti altri segnali che l’uomo ha elaborato nel tempo per comunicare, ha la capacità di occuparsi non solo di avvenimenti presenti, ma di richiamare il passato e di anticipare il futuro (traslazione); questa caratteristica costituisce, insieme alla facoltà di combinare i suoni (singole vocali e consonanti) in una quantità di modi diversi (sistema aperto o produttivo), l’elemento distintivo del linguaggio umano da quello animale.
Il linguaggio umano, quindi, ha avuto una funzione fondamentale per la fondazione di società complesse e per il progresso della civiltà, proprio perché fondamentale mezzo di comunicazione tra i membri della collettività, indispensabile per disciplinarne gli atti, i fatti e gli eventi.
Le scoperte dell’archeologia ci hanno fatto rinvenire scritture e documenti che risalgono a diversi millenni prima della nascita di Cristo.
In tutti questi emergono tre linguaggi speciali, tre linguaggi di gruppo (sia che provengano dagli altipiani della Turchia che dalle fertili valli dell’Egitto e del Tigri e dell’Eufrate) che rappresentano gli sforzi più antichi, che noi conosciamo, per introdurre nella collettività una disciplina della parola: il linguaggio medico, quello geometrico-matematico e quello giuridico-filosofico.
L’invenzione della scrittura ha permesso all’uomo di concretizzare il linguaggio, di comunicare ai posteri le scoperte e le conoscenze acquistite dalle generazioni precedenti non più affidandosi al racconto basato sulla memoria degli anziani, ma imprimendo sulla roccia o sui papiri i segni ed i simboli che, descrivendo le gesta ed i successi delle società del passato, hanno tramandato le tappe del progresso della civiltà.
Se il passare dal linguaggio alla scrittura ha richiesto alcune migliaia di anni, l’invenzione della stampa prima, il moderno sviluppo dei sistemi di comunicazione dopo (telegrafo, telefono, radio e televisone), e l’odierno progresso dell’elettronica (satelliti, internet), e dei mezzi di trasporto, permettono oggi all’uomo di comunicare con i suoi simili senza risentire delle naturali limitazioni spazio-temporali.
Un ulteriore passo avanti, per superare le barriere linguistiche tra nazioni diverse, è stato fatto dall’uomo contemporaneo: esiste già un linguaggio comune a tutti gli specialisti di ognuna delle varie branche delle scienze; il traguardo sarà la ricerca e la creazione di un linguaggio comune, che permetta la più completa comunicazione tra gli uomini.
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Ogni lingua ha due generi di espressione: l'intellettuale e l'affettivo, e ciascuno di essi può essere scritto o parlato, anche se il parlato è più usuale per l'espressione affettiva e lo scritto per quella intellettuale.
L'espressione intellettuale permette a chi scrive di vedere quel che ha da dire con calma (senza la contingenza dell'immediatezza di far seguire una parola all'altra), di rileggere il già scritto per disporre il pensiero in proposizioni il più coordinate possibile, in modo da fornire non solo un pregevole contenuto, ma anche una forma di espressione comprensibile a tutti.
L'espressione affettiva comporta la necessità non solo di pensare e di esprimersi nel tempo stesso, ma anche di dover pensare, nel momento in cui si esprime il già pensato, a quello che si deve dire subito dopo. Ciò comporta, necessariamente, la volontà di esprimere i nostri pensieri e sentimenti allo stato grezzo, data la contingente immediatezza, in modo che la parola usata sia compresa in ogni caso da chi ci ascolta. Ed ecco, quindi, che usiamo non solo le espressioni immediate di nostri sentimenti, ma anche le frasi fatte, di domimio comune, ed i modi di dire presi dal nostro dialetto (a volte anche espressioni volgari): parole che vengono spontanee in mancanza di modi di dire più ricercati, che non si ha il tempo di realizzare nella mente nell'urgenza dell'esprimersi.
Queste ultime considerazioni comportano una ulteriore distinzione sulle componenti dell'espressione affettiva: la lingua espressiva e la lingua dell'uso.
La lingua espressiva ama la formulazione imprecisa, istintiva, del pensiero o del sentimento, poichè conta su un uditorio (nel caso di lingua scritta, i lettori costituiscono l'uditorio) che è, o può essere portato, nello stesso stato d'animo di chi parla, e quindi può comprenderlo in tutto ciò che è sottinteso, ma è richiamato all'attenzione da determinate parole come da gesti abituali o mnemonici.
La lingua dell'uso, altra componente dell'espressione affettiva, obbliga chi parla o scrive di porsi al livello medio degli ascoltatori o lettori; ciò perchè, per farsi comprendere, bisogna usare soltanto quelle parole che si è certi tutti riescono a capire.
Praticamente la lingua dell'uso è una lingua approssimativa, generica, fatta più di segni di idee e di cose piuttosto che di parole che servono ad indicare quelle idee e quelle cose.
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