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I contrasti sul diritto di cittadinanza

Già nel II secolo a.C. si dibatteva su quale status giuridico assicurare agli Italici.
In proposito la Lex Licinia Mucia de civibus redigendis del 95 a.C., aveva mantenuto i criteri restrittivi di una precedente legge. Quattro anni dopo, però, il tribuno Livio Druso, vincendo le tante opposizioni, riuscì a far ottenere agli italiani il diritto di cittadinanza.
Purtroppo, assassinato Druso, il tribuno Quinto Varo, cittadino romano, ma nativo di Sucrone in Iberia, fece abrogare la legge, scatenando il malcontento delle popolazioni colpite.
Il pretore romano Servilio fu inviato ad Ascoli per inquisire secondo le nuove norme; qui si espresse in termini tanto minacciosi che fu massacrato assieme al seguito ed ai Romani residenti in città.

Gli Italici si riunirono in un’assemblea per discutere su come reagire alle prepotenze di Roma.
Vi parteciparono Marsi, Peligni, Marrucini, Vestini, Piceni, Sanniti, delegati dalla Lucania e dall'Apulia.

I Vestini di Pinna, odierna Penne, la maggioranza degli Irpini, Nola e Nocera in Campania, le città greche di Napoli e Reggio parteggiarono per Roma.
Erano popoli e città che già avevano ottenuto un trattamento di favore da Roma, come del resto Umbri ed Etruschi, che non intervennero all'assemblea dei rivoltosi.
Tuttavia gli Italici fecero un ultimo tentativo di conciliazione, chiedendo nuovamente a Roma la cittadinanza.
Di fronte all'ennesima risposta negativa, decisero di proclamare il nuovo Stato, con capitale Corfinium e creando una struttura politica simile a quella di Roma.
Furono eletti due consoli, il marso Pompedio Silone ed il sannita Papio Mutilo, dodici pretori, nonché un Senato di 500 membri, e si coniarono monete con il nome del nuovo stato.

La guerra divampò, con fasi alterne, specie in Abruzzo e Campania; molti gli scontri, migliaia i caduti da ambo le parti.
Verso la fine del 90, il console Lucio Cesare fece votare in Senato la "Lex Iulia de civitate", che concedeva la piena cittadinanza alle comunità latine ed italiane rimaste fedeli.
All'inizio dell'anno 89 la nuova "Lex Plautia Papiria", proposta dai tribuni Plusio Silvano e Papirio Carbone, allargò i nuovi benefici a tutti i latini e agli Italici.
Le riforme impiegarono molto tempo ad attuarsi pienamente.


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La guerra

Una lega, capeggiata dal marsico Silone e dal sannita Mutilo, e composta da Marsi, Peligni, Vestini, Marrucini, Asculani, Frentani, Pentri, Irpini, Venusini, Iapygi, Pompeiani e Lucani mosse contro Roma, sfruttando il fatto che l’esercito romano era composto prevalentemente da loro stessi.
I romani, approfittando dell’inverno, composero un esercito, in cui vi erano anche spagnoli, galli e africani, provenienti dalle neo-colonie.

La lega italica aveva come capitale Corfinium.
I Marsi ottennero molti successi: Asculum, Firmum, Carseoli, Alba Fucens, Amiternum.
Nel 90 a.C. Gaio Mario, nativo di Arpinum e quindi sabello, divenne comandante in capo e ottenne delle vittorie nella valle del Liri, forse con l’aiuto di Silla.
Egli aveva capito che doveva combattere in territori più favorevoli al suo esercito poco esperto.

La rivolta si diffuse anche al sud e diverse furono le città apule che insorsero.
Mutilo prese parte della Campania, in particolare la città di Nola, che Annibale non era riuscito ad espugnare, mentre Aesernia cadde dopo un lungo assedio.
Tuttavia la lega non inferse a Roma il colpo finale.
I romani si difesero, arruolando anche liberti, e presso Acerrae ottennero una vittoria su Mutilo.
Anche gli umbri e gli etruschi insorsero.

A questo punto, il console L. Giulio Cesare propose la Lex Julia che concedeva la cittadinanza romana (quindi tutti i privilegi) a tutte le popolazioni che avessero fatto richiesta.
In realtà queste popolazioni potevano esercitare il diritto di voto solo dopo che le altre 35 tribù collegiali lo avevano fatto, cioè quando l’esito del voto era avvenuto.
Gli umbri e gli etruschi aderirono subito e passarono dalla parte dei romani.

Dall’89 a.C. iniziarono le sconfitte degli italici.
Silla sottomise i sanniti, mentre i Marsi cominciavano ad indietreggiare sotto l’avanzata del console Strabone, nelle cui fila militavano i giovani Cicerone e Pompeo.
La capitale italica fu spostata prima a Bovianum e poi ad Aesernia. Asculum cadde sotto il controllo romano.

L’89 a.C. vide la marcia su Roma delle truppe di Silla, contravvenendo ad una delle leggi romane più antiche.
Questi voleva riprendersi il potere sottrattogli dal tribuno Sulpicio che aveva proposto una legge secondo la quale agli italici spettava la partecipazione al voto direttamente nelle 35 tribù e che aveva destituito lo stesso Silla dal comando dell’esercito che doveva muovere guerra a Mitridate nel Ponto.

Silla si proclamò dittatore ed attuò delle misure repressive nel mondo politico romano che contribuirono involontariamente ad alleggerire la pressione attorno alla lega italica.
Mario, amico di Sulpicio, era scappato in Africa.
Silla quindi partì per l’Oriente.

Nell’88 a.C., la lega affidò il comando delle operazioni militari a quattro generali, probabilmente meddices, non ottenendo però particolari successi di rilievo.
I Lucani cercarono di coinvolgere anche i Bruzi ed i siciliani nella rivolta, attuando episodi di guerriglia, ma la loro azione venne fermata presso Rhegium, dove si trovava un avamposto romano.
Il proconsole Metello Pio riportò diverse vittorie in Apulia.
Intanto a Roma il console Cinna aveva idee molto vicine a quelle di Sulpicio e, assieme al generale Sertorio, che sarà protagonista della guerra in Spagna contro Pompeo, fuggì dalla città.

Seguendo l’esempio di Silla vi ritornò nell’87 a.C., con un esercito.
Mario tornò dall’Africa e svolse la sua attività a favore di Cinna in Etruria.
Il Senato richiamò l’esercito di Strabone, ma questi temporeggiò, allora fu chiesto a Metello Pio di stabilire una tregua con i Sanniti.
Questi però rifiutò di aderire alle loro condizioni (concessione dei cittadinanza, conservazione dei bottini, restituzione dei prigionieri).
Invece Cinna e Mario le accettarono e siglarono un accordo, la cui validità era legata al successo dei due romani.

I sanniti, quindi, aiutarono i due a prendere il potere e la guerra sociale finì con la concessione della cittadinanza agli italici.

Dall’87 al 83 a.C. Roma e la Repubblica conobbero un periodo di tranquillità.



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