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I Zhou regnarono dall'XI° fino al III° secolo a.C.; in questo periodo la Cina conobbe profonde trasformazioni politico-istituzionali, sociali e culturali; il periodo è convenzionalmente diviso in due grandi fasi: la prima è detta dei Zhou Occidentali (sec.undicesimo-ottavo a.C.), e la seconda di Zhou Orientali (sec.ottavo-terzo a.C.), per il trasferimento della capitale avvenuto nel settecentosettanta a.C., da Hao a Luoyi.
Anche sotto i Zhou Occidentali, come sotto i Shang, i rapporti di parentela costituivano il fondamento della struttura dello stato, ma il controllo del territorio venne controllato da un articolato sistema di norme con valore religioso, rituale e giuridico.
Sotto i Zhou Orientali si ebbero il Periodo delle Primavere e degli Autunni (770-476 a.C.) ed il Periodo degli Stati Combattenti (476-221 a.C.).
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L'organizzazione dello Stato era squisitamente feudale: il potere supremo era quello dell’imperatore che, circondatosi di una gerarchia di feudatari, aveva delegato a costoro il controllo sui territori e sui gruppi umani, in cambio di obblighi di soccorso militare e del pagamento di tributi.
I contadini, che lavoravano e vivevano entro strutture comunitarie e non potevano essere cacciati dalle loro terre, coltivavano a turno gli appezzamenti del villaggio e dovevano riservare una parte dei terreni alla produzione di beni destinati a coprire i tributi al signore e alla gerarchia feudale.
Divenne così sempre più rilevante il peso di una classe dirigente che disponeva non solo di privilegi materiali ma della possibilità di acquisire la conoscenza della lingua scritta in caratteri: i feudatari traevano potere più dal possesso di strumenti culturali che dai legami personali con le gerarchie superiori o dalla discendenza familiare; tra il 770-476 a.C., (il periodo della primavera e dell’autunno) si delinearono delle vere e proprie signorie indipendenti, dotate di strutture istituzionali distinte e concorrenti tra loro.
Le differenze si accentuarono e le grandi regioni del paese, in questo modo, assunsero una propria identità, e divennero sedi non solo di produzione materiale, ma anche di elaborazione culturale e di trasformazioni istituzionali, sociali ed economiche.
Nacquero scuole locali di pensiero, che ebbero una netta propensione per la problematica politica, sociale o morale e una scarsa sensibilità per i temi metafisici o religiosi.
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In questo contesto socio-culturale e politico si realizza l’opera del maestro Kong”, Confucio, che operò nello Shandong tra il 551 e il 479 a.C..
La sua prospettiva era sostanzialmente conservatrice, nel senso che mirava a ristabilire il rispetto dei valori e soprattutto dei comportamenti tradizionali, anche dal punto di vista formale.
Nella visione dei confuciani, la società doveva strutturarsi su una rete gerarchica ben stabilita e sul principio di un paternalismo autoritario, sanciti da pratiche formaliste e da comportamenti prescritti; l'organizzazione statale era improntata al modello delle relazioni esistenti nella famiglia. Come l’autorità del padre, contemperata dal suo impegno a procurare ai familiari prosperità e sicurezza, era indiscussa, così nello Stato, (benché la violenza e la repressione fossero considerati strumenti estremi), il condizionamento pervasivo di ogni pensiero e di ogni atto era ritenuto indispensabile per garantire l’ordine, la pace e la prosperità materiale.
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Nel periodo degli Stati Combattenti divenne più netta la contrapposizione tra vere e proprie strutture statali, gestite dai gruppi locali di una classe dirigente appartenente a una comune cultura, ma impegnata in una competizione senza risparmio di colpi.
Mentre fervevano le lotte tra feudatari, un’ondata di pionieri trasformò in terreni agricoli la valle del Chang Jiang, disboscando e bonificando con utensili in ferro (utilizzato dal V sec. a.C.) una zona favorita dalla natura molto più dell’arido nord, accelerando così il processo di fusione etnica e culturale tra le varie genti.
Le nuove terre erano libere dai vincoli delle antiche comunità di villaggio e anche dalle ipoteche feudali.
Possedute privatamente, potevano essere vendute, comprate, ipotecate, ereditate, divise tra molti figli e accumulate nelle mani di proprietari non coltivatori.
Da allora il regime di proprietà privata della terra divenne costante e determinò il lento tramonto dell’aristocrazia feudale e delle garanzie comunitarie per i coltivatori.
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Accanto a questa rivoluzione sociale si affermò il taoismo, che doveva costituire una compresenza antitetica, ma non alternativa, all’ideologia confuciana (infatti, se le ribellioni nacquero sempre taoiste, una volta raggiunto il potere ristabilirono l’ordine confuciano).
Formulata da pensatori del IV secolo a.C., la cultura taoista rimanda a un vasto movimento iniziatico diffuso in precedenza tra i contadini e gli esclusi dal potere e fatto proprio dai pionieri solitari che nel sud potevano permettersi di “godere” la vita e di inserirsi senza traumi in condizioni naturali favorevoli all’insediamento e alla produzione, lontano dai pressanti condizionamenti sociali e politici propri dell’arida valle dello Huang He.
Lo Stato poteva essere leggero e limitato alle dimensioni del villaggio, la virtù dei governanti doveva essere misurata su un’intuitiva saggezza e non su un elaborato possesso di nozioni, il rapporto con la natura poteva essere stabilito in termini di convivenza e non di assoggettamento.
Il taoismo ha costituito nella civiltà della Cina il momento libertario dell’evasione dagli obblighi e dalle coazioni, dell’iniziativa individuale, del piacere e della curiosità personale (diede un contributo senza pari all’elaborazione della scienza, della tecnologia e della medicina), della fantasia (la pittura e la letteratura cinesi sono dominate dalle concezioni taoiste) e anche della trasgressione dagli obblighi politici o familiari.
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