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Informazioni generali

Da secoli i piccoli reami della Siria e della Palestina erano riusciti a sopravvivere senza grandi ingerenze straniere; ma adesso si trovavano di fronte la rinata potenza di un'Assiria ambiziosa e dispotica.

Con una serie di campagne militari in Occidente Tiglath-pileser III (745-727 a. C.) aveva saccheggiato Damasco e deportato nell'Assiria gran parte degli abitanti; lo stesso aveva fatto in Israele, deponendo il re Pekah e sostituendolo con Hoshea nel 732 a. C..
Per questi avvenimenti e per quelli dei cinquant'anni seguenti le uniche fonti sono l'Antico Testamento e le iscrizioni cuneiformi, mentre i testi egizi non nominano mai l'Assiria, anche se alla fine Tebe stessa doveva cadere temporaneamente vittima dell'assai più forte potenza asiatica.
Tuttavia era chiaro che i signorotti della Palestina guardavano all'Egitto come difensore contro gli invasori settentrionali.
Durante il breve regno del figlio di Tiglath-pileser III, Shalmaneser, prematuramente scomparso, Hoshea si sollevò in aperta ribellione; il tragico risultato fu la cattura e distruzione finale della Samaria, difesasi strenuamente per tre anni e caduta solo nel 721 a.C. quando il successore di Shalmaneser, Sargon II, «deportò gli Israeliti in Assiria» e «fece imprigionare e mettere in catene» Hoshea.
Secondo il racconto biblico, questi «aveva inviato messi a So, re d'Egitto, e non pagava più il consueto tributo annuo al re d'Assiria».

Gli studiosi sono concordi nell'identificare So con Sib'e, turtan d'Egitto, che secondo gli annali di Sargon era partito da Rapihu (Rafia, sul confine palestinese) insieme ad Hanno re di Gaza, allo scopo di vibrare un colpo decisivo. Sotto Tiglath-pileser questo stesso Hanno era fuggito davanti all'esercito assiro ed era «riparato in Egitto»; Sargon riferisce che la stessa cosa fece Sib'e: «come un pastore cui è stato rubato il gregge, fuggì da solo e scomparve; io catturai personalmente Hanno I e lo portai in catene nella mia città di Ashur; distrussi Rapihu, la rasi al suolo e la bruciai».
Per ragioni fonetiche, oltre che cronologiche, So-Sib'e non può essere il re etiopico Shabako, per cui si suppone che questi nomi si riferiscano a un generale.
Ciò sembra convalidato dal testo assiro che prosegue: «Io ricevetti il tributo del Pir'u di Musru», il che non può significare altro che «il faraone d'Egitto».


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Sennacherib

La latente ostilità delle due grandi potenze, Assiria ed Egitto, tornò a divampare sotto Sennacherib che iniziò la sua terza campagna militare con la conquista delle città costiere fenicie.
L'agitazione era però scoppiata più a sud; la popolazione della città filistea di Ekron aveva scacciato il proprio re, Padi, per la sua lealtà verso l'Assiria; Ezechia, re di Giuda, dopo averlo accolto, lo aveva fatto prigioniero, ma poi, preso dalla paura, aveva chiesto aiuto all'Egitto.
A Eltekeh le truppe egizie ed etiopiche subirono una grave sconfitta; Padi fu ristabilito sul trono e molte città di Giudea furono saccheggiate, anche se Gerusalemme sfuggì alla cattura.
Per evitarla Ezechia si era rassegnato a pagare un pesante tributo.

Si è molto discusso se questo sia stato l'unico scontro di Sennacherib con l'Egitto, ma la lettura diretta della Bibbia porta a concludere che ce ne fu un altro; infatti, vi si legge che «Tirhakah, re dell 'Etiopia» era uscito a combattere contro gli Assiri, ma durante la notte l'angelo del Signore ne colpì un gran numero, cosicché «al mattino erano tutti cadaveri».
Nei due versetti successivi si afferma che Sennacherib ritornò allora a Ninive dove rimase finchè non fu assassinato.

Nel fantasioso, ma divertente racconto che Erodoto fa di questo fallito attacco contro l'Egitto, la ritirata degli Assiri, dopo che già avevano raggiunto Pelusio, fu causata non dalla peste, come insinua l'Antico Testamento, ma da nidiate di topi che rosicchiarono le faretre e gli archi degli invasori.

Dato che Taharqa non salì al trono che nel 689 a.C., non può esser questi il nemico sconfitto da Sennacherib a Eltekeh e, a meno di negare l'esattezza del racconto biblico, se ne deve concludere che il re assiro mirasse a far seguire la vittoria da un colpo decisivo impedito, però, dalle circostanze.
Dunque i nemici non devono essersi incontrati.


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Da tempo si era fatta evidente la necessità di giungere a una conclusione fra i sovrani dell'Assiria e dell'Etiopia, ugualmente ostinati, ma di fatto fu un terzo contendente a riportare la vittoria decisiva.

Come ai tempi di Piankhy, il Basso Egitto e una parte del Medio si erano frantumati in numerosi piccoli principati, sempre pronti a schierarsi con quella delle due grandi potenze che con maggior probabilità avrebbe rispettato la loro indipendenza.
Uno di questi doveva di lì a poco conquistare la supremazia, ma per il momento fu l'Assiria ad avere il sopravvento.

Esarhaddon, figlio di Sennacherib (680-669 a. C.), continuò con successo anche maggiore la politica aggressiva del padre.
I documenti egizi tacciono, ma stele e tavolette in caratteri cuneiformi danno particolareggiati resoconti della campagna in cui, dopo aver soggiogato la Siria, egli costrinse Taharqa a ripiegare a sud.
Nell'iscrizione meglio conservata, dopo aver elencato il bottino portato in Assiria, così prosegue: Deportai dall'Egitto tutti gli Etiopi, non lasciandone neppure uno a rendermi omaggio.
In tutto l'Egitto nominai nuovi re, governatori, ufficiali, ispettori portuali, funzionari e personale amministrativo.


Poco dopo esser partito per un altra campagna, Esarhaddon cadde ammalato ad Harran e morì, dando modo a Taharqa di riconquistare Menfi e occuparla, finché non ne fu di nuovo cacciato da Ashurbanipal durante la sua prima campagna (667 a. C.).
Il nuovo re assiro scoprì che «i re, governatori e reggenti» nominati da suo padre in Egitto erano fuggiti e occorreva reintegrarli nelle loro cariche.
Tebe fu occupata per la prima volta, ma solo per essere temporaneamente abbandonata: Il terrore della sacra arma di Ashur, mio signore, sconfisse Tarku nel suo rifugio e di lui non si seppe mai più nulla.
In seguito, Urdamane, figlio di Shabako, sedette sul trono del suo reame. Fortificò Tebe ed Eliopoli e vi radunò le sue forze armate.
Il racconto prosegue dicendo come Urdamane (nome dato dagli Assiri al re etiope Tanuatamun) rioccupasse Menfi; solo dopo il ritorno di Ashurbanipal da Ninive e l'inizio della sua seconda campagna, l'etiope abbandonò prima Menfi e poi Tebe, e «fuggì a Kipkipi». Questa è l'ultima notizia sul suo conto fornita dai testi cuneiformi.

Ashurbanipal afferma di aver completamente soggiogato Tebe e aver portato a Ninive un grosso bottino, ma pare che questa sia stata l'ultima sua comparsa in Egitto (663 a. C.).



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