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Presso gli antichi, gli Dei erano concepiti simili all'uomo sia per l'aspetto esteriore che per le qualità intellettuali e morali: questa concezione della divinità è chiamata antropomorfismo.
Ovviamente, le qualità, le facoltà e le fattezze umane degli Dei erano considerate eccellenti: quindi il corpo degli Dei era più bello, più grande (a volte gigantesco), più armonioso e forte, così come il loro sapere e potere erano considerati eccedere di gran lunga i limiti dell'umano.
Prerogativa delle divinità era l'immortalità, ma non l'Onnipotenza: lo stesso Zeus, re degli Dei, era soggetto al Fato inesorabile.
Altra prerogativa importante degli Dei era l'eterna giovinezza: una volta raggiunto il completo sviluppo fisico e morale restavano sempre così, senza invecchiare mai.
Gli Dei, quindi, erano più robusti ed agili degli uomini, ma anch'essi erano costretti entro i limiti dello spazio, anche se le loro prerogative erano tali da consentirgli di vedere ed udire senza limitazione di distanze, di spostarsi istantaneamente da un punto all'altro della Terra e di dominare gli elementi naturali a loro piacimento (venti, tempeste, carestie, etc.).
Come gli esseri umani, peraltro, anche gli Dei erano soggetti alle ferite del corpo (anche se immortali) e alle pene delo spirito (anche se la realizzazione dei loro desideri era senza condizioni); il più completo concetto dell'antropomorfismo si evidenzia nella concezione della moralità attribuita agli Dei: anche se giusti, nemici dei malvagi e difensori dei deboli, essi erano più o meno fortemente schiavi delle passioni, gelosi, crudeli ed inclini agli intrighi ed alle frodi; erano, in definitiva, simili agli uomini.
In conclusione, gli antichi greci immaginarono i propri Dei in base alle loro umane caratteristiche, anche se la superiorità loro attribuita giustificava ampiamente il culto e la venerazione di cui li circondavano.
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