Informazioni generali

Nell’Ebraismo la confessione monoteistica trova la sua più compiuta affermazione:(Dt. 6,4: Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno...); prima degli ebrei, solo il faraone Amenofi IV (XIV sec. a.C.) aveva tentato, senza successo, di instaurare una religione monoteistica.

La fede monoteistica si incentra nella definizione che Dio medesimo offre di sè in Es. 3,14: “Io sono Colui che sono”.
Se ci atteniamo alla lettera del testo biblico, questa affermazione (in ebraico Ehyèh ashèr èhyèh) è di fatto, intraducibile, poiché si dovrebbe disporre di un tempo verbale in grado di rendere, contemporaneamente, il presente, il passato ed il futuro.
Infatti, Dio è Colui che, pur non mutando nella Sua essenza, accompagna il popolo ebraico in tutte le vicissitudini storiche.
In questo senso, Dio è legato all’uomo nel passato, nel presente e nel futuro.

La principale conseguenza di questa consapevolezza monoteistica è, in primo luogo, l’idea della signoria di Dio sul mondo e sulla storia, anche se ciò non significa che la realtà terrena non goda di una sua autonomia espressa dal libero arbitrio dell’uomo.

Visto, però, lo stretto legame fra immanenza e trascendenza, in ambito ebraico non si conosce il dualsimo ontologico, proprio invece del Cristianesimo, che separa il mondo da Dio (Cristo dice: Sono venuto in questo mondo, ma il mio regno non è di questo mondo).

L’Ebraismo presenta una concezione dualistica solo in ambito etico, ambito in cui vengono distinte le “vie del Bene” dalle “vie del Male”.
Un’altra caratteristica propria dell’Ebraismo è l’idea di un legame con Dio, che non ha nulla di mistico o di ascetico.
Questo legame si instaura nella comunione dell’alleanza, in cui il Creatore e la creatura mantengono separate le rispettive identità.
E’ esattamente la categoria teologica dell’alleanza ad essere costitutiva dell’Ebraismo: essa rappresenta il reciproco impegno, per cui all’elezione e alla benevolenza di Dio deve corrispondere, da parte di Israele, l’osservanza del decalogo e di quei precetti (613 in tutto), che abbracciano ogni aspetto della vita del popolo.

Nell’elaborazione teologica dell’Ebraismo, è di notevole importanza il ruolo che viene attribuito a Mosè, il quale è considerato il più grande dei profeti non perchè la sua speculazione su Dio sia superiore a quella di Isaia o di Ezechiele, bensì perché Mosè è stato il fondatore, per così dire, dell’Ebraismo stesso.
A Mosè è stata consegnata la Legge e a lui è stato affidato il compito di condurre il popolo ebraico attraverso il deserto, fino alla Terra Promessa.
Naturalmente, una funzione importantissima svolgono anche gli altri profeti, i quali richiamano all’essenzialità e allo scopo ultimo della Legge, così come i “Libri Sapienziali” approfondiscono il significato dei precetti morali contenuti nella Torah.

Mosè e le Tavole della Legge

Immagine:


based

1. Testi ed immagini per gentile concessione di Paolo Pastore: http://spazioinwind.libero.it/popoli_antichi