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S. Massimo, vescovo di Torino, nato verso la metà del IV secolo in Piemonte e morto tra il 408 e il 423, è considerato il fondatore della diocesi torinese, eretta per iniziativa di S. Ambrogio e di S. Eusebio di Vercelli, di cui lo stesso S. Massimo si dichiarava discepolo.
Del suo grande impegno apostolico fanno fede i numerosi Sermoni e Omelie, scritti con stile chiaro e persuasivo, nei quali si avverte un carattere mite e benevolo, che sa tuttavia rimproverare e ammonire con fermezza e spesso con fine ironia.
Egli esorta i suoi fedeli, impauriti dall'avvicinarsi dell'esercito dei barbari a impugnare le armi del "digiuno, dell'orazione e della misericordia" e ai pavidi che si apprestano a fuggire dalla città dice: "E’ figlio ingiusto ed empio colui che abbandona la madre in pericolo. Dolce madre è in qualche modo la patria... ".
Spesso ricorre all'ironia per combattere le superstizioni, come quella di elevare alte grida alla luna in eclissi "per darle aiuto a superare il travaglio".
Egli commenta: "Veramente presso di voi la luna è in travaglio quando una copiosa cena vi distende il ventre e il capo vi ciondola per troppe libagioni".
Quando trattava i temi della catechesi dogmatica, la sua parola illuminatrice attingeva abbondantemente alle pagine della Scrittura, che interpretava con perfetta ortodossia.
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