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Nonostante le affinità dottrinali di questa con le altre lettere di San Paolo, la mancanza di certi caratteristici procedimenti paolini e l'incertezza della tradizione storica ecclesiastica consentono di pensare che la lettera, senza indirizzo e intestazione di autore, sia di altra mano.
Con ogni probabilità si tratta di uno scrittore giudeo di cultura ellenistica, che ha assorbito le tesi paoline.
Si fa a preferenza il nome di Apollo, uomo di notevole rilievo nella Chiesa apostolica, giudeo alessandrino di vaste conoscenze bibliche e ottimo parlatore, messo addirittura sul piano dei massimi apostoli.
Altri pensano al levita cipriota Barnaba, personalità di grande spicco, che si fece garante della conversione di Paolo e guidò i suoi primi passi nell'apostolato.
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Questa lettera è chiaramente diversa, per argomento e stile, dalle altre lettere paoline.
E’ un discorso esortativo, che l'autore compone in occasione di un grave pericolo (10, 32 ss.; 13, 7), affrontando, per cristiani di origine giudaica, il tema della superiorità della nuova alleanza sancita con l'umanità da Cristo sacerdote e vittima, sull'antica alleanza stretta da Dio, mediatore Mosè, con Israele e sui sacrifci e il sacerdozio vigenti nell'antica economia religiosa della salvezza.
La parte parenetica della lettera (10, 19 - 13, 25) insiste sulla pratica delle virtù teologali.
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