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Di origine sacerdotale, Geremia visse e predicò nel regno di Giuda tra il 622 e oltre il 587 a.C., nell’epoca convulsa che vide consumarsi la tragedia della città santa, del tempio e delle istituzioni che reggevano il popolo di Dio.
Perseguitato, incarcerato e malmenato come traditore e disfattista (a motivo del suo messaggio che non incontrava i progetti dei governanti), egli resta fedele al suo messaggio; fedeltà che a lui, d’animo mite e timido, costa sacrificio e amarezza indicibili.
Nessuno, come Geremia, ha unito le vicende personali alle sorti della sua profezia.
Carattere mite e, all'inizio della sua missione, giovane inesperto, deve affrontare il momento più difficile e decisivo della storia della nazione giudaica, quello che conduce all'esilio in Babilonia (587 a.C.).
Egli tenta di tutto: scuote il torpore del popolo con una predicazione che chiede una radicale conversione; appoggia la riforma nazionalista e religiosa del re Giosia (622 a.C.); cerca di convincere tutti alla sottomissione al dominio di Babilonia dopo la morte del re (609 a.C.).
Viene accusato di pessimismo religioso e di disfattismo politico. Da qui la forte crisi religiosa e profetica, descritta nelle "confessioni", intrise di un lirismo raro negli scritti biblici (cf. Ger 15,10-21; 20,7-18); e da qui anche la persecuzione da parte dei notabili del popolo.
La sua vita, più volte in pericolo, si conclude in Egitto, dove è condotto contro la sua volontà.
Il suo messaggio di speranza è imperniato sulla "alleanza nuova" scritta nel cuore d'Israele (cf. Ger 31,31-34).
Il libro consta di 50 capitoli.
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