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Nel II° sec. a.C., Catone il Vecchio coltivava 120 piante medicinali nel suo giardino; nella sua opera, il De Re Rustica, ne fornisce ampia descrizione.
I Druidi, in Gallia, già prima delle conquiste romane usavano bacche, radici e foglie di piante per curare diversi malanni; tenevano in grande considerazione la salvia, che aggiungevano all'idromele, la loro bevanda tradizionale.
I Bardi consigliavano l'artemisia, il carvi e la verbena per le stesse finalità terapeutiche ancora oggi in uso.
L'erba sacra dei Romani era la salvia (il nome deriva dal latino salvare), ed usavano in modo appropriato numerose piante medicinali, come il cavolo, l'issopo, il rosmarino e la cipolla.
Ulteriore impulso alla fitoterapia è stato fornito dall'Impero Romano d'Oriente: i bizantini hanno avuto la possibilità, anche per il contatto con la civiltà araba, di aumentare le conoscenze sulle piante aromatiche e sulle spezie.
L'uso della noce moscata e dei chiodi di garofano, dell'artemisia o dell'angelica, del colchico e dello scalogno sono ben conosciuti e descritti dal medico bizantino Oribasio nel suo Trattato, un'opera che sarà alla base della ricerca farmacologica nel Medioevo.
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