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Nel 163 d. C. Galeno, medico greco, si trasferisce a Roma.
La sua opera ed i suoi insegnamenti influenzeranno per molti secoli le concezioni mediche dell’intero bacino del Mediterraneo, unificato in una sola entità politico-culturale dall’Impero Romano.
La concezione terapeutica di Galeno se da una parte getta le basi della moderna fitoterapia, dall’altra si allontana dalla concezione ippocratica della globalità dell’individuo, privilegiando la cura dello specifico sintomo.
Galeno introduce la distinzione tra l’uso della singola pianta medicinale (che definisce “semplice”) e l’abbinamento, in sinergia, di più derivati vegetali che, trattati con l’uso di solventi (aceto,vino, olio) per estrarne i principi attivi, possono essere utilizzati per la cura di specifiche malattie.
Queste forme medicamentose, costituite da più principi attivi di origine naturale, ancora oggi sono conosciute con il suo nome: preparati galenici.
Essendo i Romani un popolo di guerrieri, l’attenzione maggiore della ricerca terapeutica era rivolta alla cura di traumi e ferite; Galeno fu un grande studioso e conoscitore dell’anatomia umana, ma la sua convinzione che la malattia colpisse il singolo organo anziché l’intero organismo lo portò a studiare e a curare il disturbo specifico, facendo così perdere nei suoi successori quella visione unitaria dell’organismo che era stata alla base delle antiche tecniche curative.
Certamente il suo pensiero fu influenzato dalle teorie cristiane che vedevano nell’immortalità dell’anima un qualcosa di disgiunto dalla naturale “deperibilità” del corpo.
Corpo e spirito, quindi, staccati l’uno dall’altro: queste teorie furono addirittura trasformate in dogmi dai Padri della Chiesa.
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