COME SI GIOCA

Al gioco partecipano due giocatori che devono stendere simultaneamente un determinato numero di dita (a scelta) e debbono dichiarare in contemporanea un numero compreso fra 2 e 10 (morra).


Conquista il punto colui che ha azzeccato il numero che corrisponde alla somma delle dita che sono state stese da entrambi i giocatori.


Nel caso in cui entrambi i giocatori azzecchino il punto, lo stesso non viene assegnato e si prosegue con la giocata successiva.


La chiamata viene effettuata a ripetizione continua, ossia la battuta del pugno viene effettuata a vuoto solo all'inizio di ogni nuovo punto (serve a sincronizzare i 2 giocatori).


Lo svolgimento dell'incontro segue il criterio partita-rivincita-bella e vince la partita il primo che totalizza il numero di punti stabilito in precedenza (che è di sedici nella partita e nella rivincita e di ventuno nella bella) e si aggiudica l'incontro colui che vince 2 partite su 3. In ogni caso l'accordo sul punteggio è preliminare allo svolgimento della partita ed i punteggi ammissibili sono 16, 18 (infrequente) e 21.


Qualora entrambe le squadre arrivino in parità ad 1 punto dalla vittoria, il punteggio viene azzerato e viene iniziata un'altra partita in cui vince chi raggiunge prima cinque o sette punti.


Una variante è l'allungamento del punteggio quando le squadre giungono in parità a 2 punti dalla vittoria (in questo caso si allunga di 5). Conseguentemente, se viene raggiunta la parità ad 1 punto dalla vittoria non verrà concessa nessuna proroga. Un'ulteriore variante è che è la squadra che conquista il punto del pareggio (sia ad 1 punto dalla fine, che 2 o 3) ad avere la facoltà di decidere se allungare o meno la partita. In questo caso si allunga fino a sette.


Non è necessariamente un gioco individuale. Possono infatti venire formate 2 squadre di doppio e, in questo caso, due sfidanti iniziano la partita e chi conquista il punto si scontra con l'altro avversario fino a che non vince il punto (raramente i giocatori sono ancora di più).


Ovviamente, le mani debbono essere chiaramente visibili ai giocatori e non è assolutamente consentito di cambiare il punteggio dopo che le mani sono state stese.

LE ORIGINI

Le origini esatte sono sconosciute a causa del fatto che questo gioco veniva tramandato oralmente nel corso delle generazioni e mancano scritti che ne documentino la genesi.


Le origini del termine "morra" realisticamente derivano dal latino murris (traducibile come mucchio, cumulo di pietre) sebbene gli antichi romani chiamassero il gioco micatio, termine che derivava dal verbo micare (saltellare) e che faceva riferimento a digitis (le dita).


La versione murris è attendibile anche perché probabilmente i pastori erano stati i primi a giocarlo, realisticamente stando seduti su pietre dove sorvegliavano i propri greggi di pecore.


Tuttora in Abruzzo ed in Molise, un tempo terre di pastori, l'espressione morra di pecore viene usata per indicare un gregge racchiuso in un'area delimitata da muretti di pietre.


Altra ipotesi è che il nome del gioco derivi dall'identico termine mediterraneo morra traducibile con rissa, confusione e frastuono, caratteristiche che spesso contraddistinguono questo gioco.


Una ulteriore tesi, non certo la più convincente, è che sia stata proprio la mano chiusa a dare il nome del gioco, in quanto ricorderebbe la "mora", frutto di bosco ben noto nelle società contadine. Altre teorie poco diffuse ne attribuiscono il nome alla diffusione del gioco fra le popolazioni arabe, quindi fra i Mori, e per altri altri ancora deriverebbe dal termine francese "mourre".


Di certo in Italia le prime tracce risalgono ad uno scritto medioevale del 1324 che venne scoperto a Santa Anatolia (provincia di Macerata). In quello scritto si parla di "morre" con riferimento ad alcuni giochi dell'epoca.


Il gioco della "mora" con una erre sola compare invece nel "Vocabolarietto della lingua furbesca" di Luigi Pulci (1480).


In passato la morra è stata giocata sia dagli egiziani (come risulta sia dai giochi di Falkener che da 2 pitture funerarie nelle quali vengono riprodotti 2 momenti di gioco) che dagli antichi greci.


In particolare, nella tomba egizia di un alto dignitario di corte appartenente alla XXV dinastia, è chiaramente visibile il defunto che stende il braccio con un numero posto in contrapposizione a quello di un altro giocatore.


Non sappiamo come venisse chiamato dai greci sebbene si supponga che somigliasse a "lachmos" o "daktylon dia kleros".
Leggenda vuole che fosse stata Elena ad inventare questo gioco allo scopo di giocare col suo amato Paride e farlo perdere.


Non esiste alcun riferimento a questo gioco nella letteratura ellenica preimpero, ma ci sono in qualche opera d'arte, ad esempio in un vaso dipinto che viene conservato al museo di Berlino ed in uno appartenente alla collezione di Lambert a Parigi. Tuttavia non viene spiegato l'uso del bastone che viene raffigurato in queste opere. Degli archeologi hanno fatto la supposizione che venisse usato allo scopo di mantenere la distanza fra i due giocatori, altri pensano che invece fosse quello di evitare l'uso della mano sinistra, una ulteriore tesi è che fosse utilizzato per contare i punti.


Secondo Cicerone e Petronio (tesi tratta dal capitolo 44 del Satytricon) nell'Impero Romano, per indicare una persona al di sopra di ogni sospetto, si diceva: "Dignus est, quicumque in tenebris mices" (traducibile con "è persona degna quella con cui puoi giocare alla morra al buio").
Il che dimostra quanto antico e popolare fosse questo gioco per i romani. Anche i contenziosi venivano talvolta risolti con partite a morra, così come succedeva in ambito commerciale, allorché non veniva trovato alcun accordo.


Nelle terre islamiche la morra non era solo un gioco ed uno strumento per prendere decisioni, ma anche un rito divinatorio (finché non venne interdetta dal Corano).


La letteratura ci racconta anche che il gioco della morra veniva praticato durante il Rinascimento dalla servitù delle case e che era malvisto dai padroni poiché considerato un segno di disinteresse per le mansioni domestiche. Il Manzoni ha dedicato a questo gioco una parte del 7° capitolo de I Promessi Sposi.


Questo gioco, purtroppo, era anche uno dei rari svaghi di cui i nostri soldati potevano godere durante le fredde notti in trincea nel corso della Grande Guerra.


In una Italia più vicina a noi la morra venne bandita dal fascismo nel 1931 poiché foriera di gioco d'azzardo e risse (talvolta cause di lutti).


Tuttora la legge italiana vieta la morra nei locali pubblici (in base all'articolo 110 del T.U.L.P.S. Testo Unico per le Leggi in materia di Pubblica Sicurezza), sebbene sia rientrata nei giochi leciti in Trentino Alto Adige.