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Scultore greco nativo di Argo, Policleto è di poco più giovane di Mirone, e come lui svolge un ruolo fondamentale per la nascita della grande scultura classica.
Il suo periodo di attività si colloca all’incirca tra il 450 e il 420 a.C.
Le sue opere erano quasi tutte realizzate in bronzo, i cui originali ci sono purtroppo ignoti.
Della sua produzione ci rimangono solo copie in marmo di epoca ellenistica e romana.
Policleto è stato anche un teorico dell’arte, avendo scritto un trattato, purtroppo disperso, sulle proporzioni del corpo umano.
Il trattato si intitolava Kànon (regola) e fissava le proporzioni fondamentali tra le parti di un corpo umano.
In questo modo Policleto rivela ancora una volta lo spirito estetico greco, fatto di regolarità e precisi rapporti numerici.
La bellezza ha, per un’artista greco, una precisa base matematica, fatta di numeri e rapporti precisi.
Il canone di Policleto assurge quindi a "regola d’arte" per generazioni di artisti che lo seguiranno.
Ma un’altra notevole invenzione di Policleto, anch’essa eredità per secoli di scultura a venire, è l’innovazione della posizione stante.
Questa posizione era stata codificata dall’arte egiziana in una formula rigida e innaturale: un corpo perfettamente verticale con gli arti inferiori divaricati e le braccia rigidamente parallele al tronco.
Policleto rivoluziona completamente questa posizione, facendo in pratica appoggiare la figura solo su una gamba.
In questo modo si determina quella famosa posizione chiamata «chiasmo» o «quadrazio», in cui una gamba sorregge il corpo mentre l’altra gamba è flessa, e le braccia sono in posizione tesa o rilassata in opposizione all’arto inferiore dello stesso lato.
Della cospicua produzione di Policleto ci rimangono principalmente due opere, note attraverso le copie: il «Doriforo» e il «Diadúmeno».
Sono entrambe due opere emblematiche del gusto estetico greco: perfezione formale, senso dell’armonia e delle proporzioni, figure che nell’assenza di turbamenti psicologici rivelano una dialogo con l’assoluto e l’eterno che è uno dei motivi dell’intramontabile fascino di queste opere d’arte.
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