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Le prime applicazioni della prospettiva avvennero a Firenze, nel terzo decennio del XV secolo, ad opera di Masaccio nel campo della pittura e di Donatello nel campo della scultura.
Intanto nuovi fronti di ricerca artistica venivano aperti in Olanda. Qui, lo sviluppo della pittura fiamminga, l’altra grande novità europea del XV secolo nel contesto egemone della cultura tardo-gotica, portò ad indagare con maggior attenzione la specificità della luce, nella formazione della visione, ma soprattutto portò all’invenzione della pittura ad olio, che, rispetto alla pittura a tempera, consentiva di ottenere colori più brillanti, più sfumati, e in genere più veritieri.
Maestri indiscussi di questa corrente artistica furono Jan Van Eyck, Roger Van Der Wayden, il Maestro di Flemalle.
La loro fu una pittura dalla resa fotografica, ottenuta grazie ad una grande sapienza nel trattamento del più minuto particolare.
Una pittura estremamente analitica, a cui però mancava la sintesi propria della visione prospettica: quella sintesi che, riconducendo tutto ad un unico punto di vista, rendeva la composizione pittorica unitaria e razionale.
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L’arte medievale aveva semplificato la raffigurazione sia pittorica che scultorea, annullando tutti gli effetti di spazialità.
Le figure, in pose e immagini sempre molto schematiche, venivano collocate, nel quadro o nei bassorilievi, sempre su un unico piano verticale.
Ciò portava ad una rappresentazione del tutto anti-naturalistica, in quanto le immagini artistiche non assomigliavano in nulla alle immagini che i nostri occhi colgono della realtà circostante.
Il naturalismo, in pittura, può essere definito come la riproduzione che più si avvicina a quella sensoriale del nostro occhio.
Vi sono delle leggi ottiche molto precise, che regolano la nostra vista. L’occhio raccoglie i raggi visivi dallo spazio, li fà convergere in un punto, e quindi li proietta su un piano ideale posto all’interno dell’occhio.
In pratica, traduce la realtà, tridimensionale, in immagini, bidimensionali.
Il pittore, in pratica, opera allo stesso modo: percepisce una realtà tridimensionale, e la traduce in rappresentazioni bidimensionali.
Se la rappresentazione segue le stesse leggi ottiche dell’occhio umano, abbiamo una pittura naturalistica; diversamente si va nel simbolico o nell’astratto.
In pratica, nel naturalismo pittorico si tende ad annullare l’interpretazione, se questa porta a modificare la oggettività della visione e della rappresentazione.
La conclusione di questa ricerca, portava a comprendere il funzionamento della visione oculare, e a tradurlo in un sistema logico, da applicarsi per la costruzione della rappresentazione.
Tale sistema logico è ciò che si definisce «prospettiva».
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Tra le varie regole, alla base della prospettiva, se ne possono citare almeno due:
1. le rette che, nello spazio tridimensionale sono parallele, nelle rappresentazioni piane tendono a convergere in un punto, detto punto di fuga, e che è unico per tutte le rette parallele alla medesima direzione;
2. l’altezza degli oggetti tende a ridursi progressivamente, man mano che questi si allontanano dal punto di osservazione.
Applicando queste regole si possono ottenere immagini del tutto simili a quelle che i nostri occhi trasmettono al cervello.
In tal modo, il quadro viene ad essere una sorta di illusione spaziale, dove le figure sembrano non collocarsi su una superficie piana, ma in uno spazio virtuale, che si apre a partire dal piano di rappresentazione.
Dopo la scoperta del chiaroscuro, che sfruttava la luce per definire attraverso la differenza di tonalità la tridimensionalità dei volumi, la scoperta della prospettiva consentiva di rappresentare la tridimensionalità dello spazio, attraverso l’uso della geometria proiettiva.
Da questo momento in poi, la tecnica pittorica del rinascimento italiano, andò ad affermarsi come la più avanzata e perfetta, conquistando un ruolo di egemonia in campo europeo, ed occidentale in genere, fino alla metà dell’Ottocento.
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Masaccio, senza dubbio il primo pittore rinascimentale, morto all’età di soli 26 anni, lasciò un’eredità, in campo pittorico, che venne presto ripresa da altri pittori operanti a Firenze, quali il Beato Angelico, Filippo Lippi, Paolo Uccello, Domenico Veneziano, ed altri.
In essi si nota, spesso, un tentativo di mediazione tra il rinascimento eroico e severo di Masaccio, e le leziosità e preziosità dell’ultimo tardo gotico, che, in quegli stessi anni vedeva, in Italia, ancora qualche grande interprete, quali Gentile da Fabriano e il Pisanello.
Alla metà del secolo, tuttavia, la pittura rinascimentale si cominciava a diffondere in tutta Italia.
A questa diffusione contribuirono alcuni trattati, scritti sulla prospettiva, quali quello di Leon Battista Alberti o di Piero della Francesca; ma soprattutto contribuì proprio la presenza di artisti, di formazione fiorentina, che iniziarono ad operare in vari centri della penisola.
Il Beato Angelico fu chiamato a decorare la cappella Niccolina a Roma; Piero della Francesca fu chiamato alla splendida corte di Federico di Montefeltro ad Urbino; Andrea Mantegna fu chiamato alla corte dei Gonzaga a Mantova, e di lì riuscì, attraverso il cognato Giovanni Bellini, ad estendere la pittura rinascimentale anche in area veneziana; Leonardo da Vinci operò nella Milano degli Sforza; Sandro Botticelli, il Perugino, Luca Signorelli, il Pinturicchio furono chiamati a decorare la cappella Sistina in Vaticano.
All’inizio del Cinquecento la capitale del Rinascimento italiano divenne Roma, ove la contemporanea presenza di artisti quali Michelangelo, Raffaello, Bramante, Giulio Romano, Sebastiano del Piombo e tanti altri, crearono una stagione di intensa ed esaltante creatività artistica.
Il Rinascimento, ormai, era patrimonio comune dell’intera cultura artistica europea, e contemporaneamente alla scoperta dell’America, contribuì a quel rinnovamento culturale che chiudeva definitivamente il medioevo, per aprire la storia moderna.
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