|
L’arte classica, con le sue ultime manifestazioni tardo-antiche e paleocristiane, scomparve definitivamente a metà del VI secolo.
La scomparsa dell’impero romano e la formazione dei nuovi regni barbarici segnò un periodo di profonda instabilità sociale.
La popolazione europea fu letteralmente decimata da carestie, epidemie, guerre, saccheggi e distruzioni varie.
La cultura venne del tutto azzerata, per ritornare ad un grado zero di civiltà.
Da questo momento la cultura europea ripartì quasi dal nulla.
Uno dei primi effetti di questa nuova precarietà politica e sociale fu la scomparsa della civiltà urbana.
Le città si spopolarono progressivamente, fin quasi a scomparire del tutto. La popolazione sopravvissuta ai profondi disastri del VI secolo si spostò a vivere in àmbiti rurali. Sorsero villaggi rurali dall’economia di autosussistenza definiti «curtes».
La nobiltà di nuovo lignaggio scelse come propria residenza non la città ma i castelli, dislocati in posizioni isolate rispetto ai centri urbani.
Con il fenomeno del monachesimo, che si affermò proprio dal VI secolo in poi, anche la cultura religiosa si trasferì in àmbiti extra-urbani: i monasteri.
Uniche autorità politico-istituzionali che rimasero in alcuni dei principali centri urbani, e ne garantirono una loro larvale sopravvivenza, furono i vescovi.
Il VI secolo rappresentò una cesura anche nella cultura artistica.
Il decimarsi della popolazione tolse ogni possibilità di produzione artistica per più generazioni.
In tal modo venne ad interrompersi quella trasmissione del sapere (e del saper fare) che si acquisiva proprio nell’apprendistato presso le botteghe e i maestri attivi.
Il sapere antico scomparve definitivamente.
L'arte classica era oramai definitivamente persa.
|