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Storia e mito hanno in comune la forma di rappresentazione: il racconto.
La differenza non sta nel fatto che la storia è racconto di fatti veri, mentre il mito è racconto di cose false.
La differenza è che il mito racconta cose universali, la storia racconta cose particolari.
Il racconto ha sempre la funzione di insegnare, e pertanto sia la storia che il mito insegnano.
Ma, mentre la storia insegna ciò che è avvenuto nel passato, dandoci le coordinate del presente, il mito insegna i grandi fatti esistenziali e metafisici, dando le coordinate dell’esistenza e dell’immutabilità nella condizione umana.
Storia e mito servono, in sostanza, a due cose diverse.
La categoria del mito è più funzionale a chi, come i greci, vuole conoscere, capire e spiegare.
La categoria della storia è più funzionale a chi, come i romani, vuole legittimare e conservare il frutto del proprio passato, ossia l’impero costruito.
La storia, come categoria di pensiero, è legata al tempo molto più che il mito.
La storia ha fiducia nella categoria del progresso, inteso come evoluzione, e coltiva la religione della memoria.
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Ed è da queste premesse che l’arte romana differisce dalla greca.
Non la rappresentazione statuaria di atleti, simbolo della bellezza ideale (mito dell’uomo perfetto), ma nell’arte romana troviamo il ritratto, ossia la memoria del singolo, reale protagonista della storia.
Non l’uomo universale, ma l’uomo particolare.
Ed ovviamente, la narrazione di fatti storici divenne per la prima volta autonoma categoria di rappresentazione.
I cicli narrativi concepiti sulle colonne istoriate o sugli archi trionfali, erano sconosciuti all’arte greca.
Così come lo erano cippi e iscrizioni funerarie.
Il passaggio dal mito alla storia, dall’universale al particolare, dal bello ideale al ritratto, dal momento pregnante alla narrazione, fanno giustamente considerare l’arte romana più realista dell’arte greca.
Ma cambiò, in sostanza, anche il fine dell’arte. Non più una rappresentazione tesa al bello e alla conoscenza, ma tesa agli scopi utilitaristici che ha sempre la rappresentazione del passato: conservare la memoria, utilizzandola per la propaganda di valori politici.
E quindi, l’arte romana, potenzialmente volta ad un pubblico meno aristocratico ma più popolare, rispetto all’arte greca divenne non solo più realista, ma anche più popolaresca.
In sostanza, rispetto all’arte greca, l’arte romana perse il fine estetico, per trovare un fine etico.
E non è un caso, se si pensa che i greci ci hanno lasciato in eredità la filosofia, mentre i romani ci hanno lasciato in eredità il diritto.
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