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Introduzione

Nella seconda metà del Cinquecento, il Rinascimento vide una generale diffusione in tutta Europa.
La scoperta della prospettiva, unita alle altre scoperte sulla luce e sul colore, aveva fornito un vocabolario completo di soluzioni formali, che per la sua validità tecnica ebbe il senso di una conquista astorica, non legata a fattori di gusto o di stile.

Intanto, alla metà del Cinquecento, in Italia il Rinascimento, ormai maturo, conobbe una stagione intensa, caratterizzata da tantissimi ottimi artisti, ma mancante delle personalità geniali della prima metà del secolo: Leonardo, Michelangelo, Raffaello.
Ciò ha portato a considerare questo periodo, in rapporto al precedente, in maniera analoga al rapporto che ci fu tra ellenismo e arte greca classica: non più periodo di ricerca, ma di codificazione delle norme artistiche già acquisite, e di loro diffusione attraverso la pratica accademica.


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Il manierismo

E, per questo motivo, all’arte della seconda metà del Cinquecento è stato dato il nome di «manierismo», ove con il termine «maniera» ("fare arte alla maniera di…") si denotava appunto la codificazione accademica del fare artistico, così come praticato dai grandi maestri precedenti.
Da qui, poi, il termine «manierismo» ha acquisito una universalità astorica, indicando sempre quel momento della produzione artistica, riscontrabile in tutti i periodi storici, in cui si procedeva senza ulteriori sperimentazioni, ma applicando i princìpi artistici già di provata efficacia e successo.
In seguito, dall’Ottocento in poi, il termine «manierismo» è stato generalmente sostituito da quello di «accademismo», indicando in sostanza il medesimo atteggiamento.

Ma l’evento che, nella seconda metà del Cinquecento, doveva maggiormente influenzare l’arte del periodo successivo, fu il Concilio di Trento e il clima controriformistico che ne seguì.

L’arte manieristica, divenuta sempre più formale, era quasi del tutto indifferente ai contenuti, soprattutto etici.
La controriforma volle invece richiamare gli artisti ad una maggior osservanza della serietà del compito loro affidato, soprattutto quando producevano opere di soggetto religioso.
Ricordiamo che, il Rinascimento, dopo la fine dell’età classica, aveva riportato anche contenuti mitologici, o laici, all’interno della produzione artistica, spezzando di fatto quel monopolio che, la Chiesa e la religione, avevano avuto sulla produzione artistica per tutto il medioevo.
Tuttavia, il numero di opere su soggetti religiosi, anche nel Rinascimento, costituivano la quota maggiore della produzione di un artista.


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Il Concilio di Trento dettò norme precise sulla produzione artistica.
Vietando l’uso del nudo, e l’ispirazione al mondo classico e alla mitologia pagana, di fatto chiudeva definitivamente il mondo figurativo del Rinascimento.
I primi a farne le spese furono, da un lato, Paolo Veronese, per una sua ultima cena (nota come «Cena in casa Levi»), e, dall’altro, Michelangelo, per il suo Giudizio Universale nella Cappella Sistina.
Paolo Veronese, a cui si contestava l’eccessiva liceità, fu costretto ad eliminare dal suo affresco le figure considerate blasfeme, e a cambiar titolo all’opera, che divenne, non più un’ultima cena, ma, appunto, una «Cena in casa Levi».
Nel 1563, anno di conclusione del Concilio di Trento e anno di morte di Michelangelo, si iniziarono a coprire le nudità considerate più scandalose dal suo affresco nella Sistina.

Il mondo dell’arte sembrò reagire con senso di cupezza a questo nuovo clima, fatto di inquisizione e di caccia alle streghe.
Il senso della morte, del peccato, dell’espiazione, riacquistarono nuovo vigore, pur se in forme meno mistiche ma più truculenti, rispetto al medioevo.
L’artista, che più di ogni altro impersonificò questo momento storico, fu Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio. La sua fu un’autentica rivoluzione, nel campo della pittura, e la sua influenza sull’arte europea successiva fu immensa.
Egli è stato, nel contempo, l’ultimo grande pittore italiano che ha fatto scuola in Europa. L’arte italiana, che da Giotto in poi aveva acquisito un ruolo primario indiscusso, dopo tre secoli, in cui grazie al Rinascimento aveva totalmente dominato la scena europea, con Caravaggio chiude il suo primato.

Dagli inizi del Seicento in poi, le novità artistiche verranno da altri luoghi: Parigi, soprattutto, ma anche l’Olanda, l’Inghilterra, la Spagna.


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Conclusione

Il Rinascimento, come abbiamo detto, aveva idealmente separato il momento della ideazione, di un’opera d’arte, da quello della esecuzione.
La esecuzione, spesso, non era più neppure eseguita dall’artista, ma veniva quasi totalmente demandata ai collaboratori della sua bottega. E in ciò l’esempio più caratteristico, fu quello di Raffaello, la cui enorme bottega lavorava quasi a ciclo industriale, come una catena di montaggio.
Questa visione molto moderna, se vogliamo, di concepire un ciclo produttivo, finiva col togliere alle opere quella loro aura di unicità.
Ed anche la pittura di Michelangelo, di Caravaggio, con tutta la loro carica di innovazione e di invenzione, alla fine poteva sempre essere imitata o copiata.
La pittura di Rembrandt invece no, perché era il frutto di una mano unica.
E con ciò si riaffermava, prepotentemente, il ruolo dell’artista in quanto sintesi di pensiero ed azione; di creatore unico della sua opera.
Visione, questa, dell’artista, che entrerà in crisi solo con le avanguardie storiche del Novecento.



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