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Marco Tullio Cicerone nacque nel 106 a.C. in territorio di Arpino, da famiglia equestre nella villa paterna alla confluenza del Liri col Fibreno e sempre si considerò un puro Arpinate, quasi continuatore del grande conterraneo Mario.
Nell'orazione Pro Plancio esprime vivo l'attaccamento viscerale alla sua terra di origine quando ricorda quale affetto leghi gli Arpinati fra di loro e con quale partecipazione questi seguano le sue vicende politiche.
Lì, sui monti dei Volsci, aggiunge, è la forza d'Italia, perché ha conservato gli antichi costumi, senza malevolenze, senza finzioni e conclude: "La nostra patria è rozza e montuosa ma semplice e fedele".
E nel momento del suo esilio indica alla moglie Terenzia, quale rifugio sicuro, la villa di Arpino e al suo unico figlio egli darà la toga virile non in Roma, ma nel foro dell'antica città volsca.
Cicerone ben presto fu inviato a Roma dove studiò Retorica e Diritto, ma anche Filosofia e Lettere e completò la sua preparazione ad Atene e a Rodi.
Il suo cursus honorum iniziò nel 76 a.C. con una rapida e inarrestabile ascesa: fu questore nella Sicilia orientale, poi edile curule, pretore nel 66 a.C. e console nel 63.
La sua oratoria robusta ed euritmica gli aveva aperto la strada alle affermazioni politiche.
Nel periodo turbolento che viveva la Repubblica dei suoi tempi, Cicerone fu personaggio controverso: ora acclamato pater patriae dopo aver sventato la congiura di Catilina, ora esiliato per la vendetta di Clodio.
In bilico fra il vecchio ed il nuovo fu incerto nello schierarsi, ma se la sua fede politica sembra mutare, sempre costante fu la sua fedeltà ai valori morali e alla Repubblica.
Nella lotta fra Cesare e Pompeo si schiera con Pompeo, ma dopo Farsalo si riavvicina a Cesare.
Le Idi di Marzo lo trovano dalla parte dei tirranicidi e con le Filippiche si scaglia contro Antonio.
Quando questi si accorda con Ottavio, Cicerone capisce che la sua ora è suonata.
E allora tutto, indecisione, incertezza, opportunismo, fu riscattato dalla sua morte affrontata consapevolmente, anzi cercata, e alte suonano le parole della seconda Filippica: "Ed ora per me, o Senatori, la morte rappresenta un desiderio ... Una sola cosa desidero: di lasciare libero morendo il popolo romano. Niente di più bello può essermi concesso dagli dei immortali".
Infatti raggiunto a Formia dai sicari di Antonio, gli fu troncata la testa che egli aveva sporto dalla lettiga.
Era il 7 dicembre del 43 a.C. Le Verrine, le Catilinarie, le Filippiche furono i momenti più alti della sua oratoria; il De legibus, il De Officiis, il De Republica, le Tuscolanae sono l'espressione del Cicerone pensatore, studioso, interprete dell'anima latina.
Le Epistolae, infine, sono il documento che ci rivela l'umanità, l'inquietudine, i dubbi e le angosce dell'uomo Cicerone.
Per gentile concessione di: Paolo Pastore – Popoli Antichi
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Per quanto si sfoglino i calendari e i Martirologi della Chiesa, o anche i Martirologi nazionali o propri di vari Ordini religiosi, non si riesce a trovare un Santo che ripeta un nome famoso nell'antichità e ancora diffusissimo: quello del grande avvocato d'Arpino (FR), Marco Tullio Cicerone.
Ai nostri giorni, il celebre oratore viene indicato, col nome, universalmente noto, di Cicerone; un tempo però egli veniva indicato volentieri, e altrettanto chiaramente, col solo nome di Tullio; e se egli era il Tullio più famoso, non era stato certamente l'unico di tale nome nel mondo antico.
Per i Romani, Tullio significava "discendente di Tullo", e Tullo, a sua volta, si chiamò uno dei leggendari sette Re di Roma, Tullo Ostilio, il terzo della serie.
Si dice che il nome di Tullio abbia un'origine quanto mai suggestiva.
Deriverebbe infatti dal verbo tollere, che significava sollevare e anche allevare, e che era usato per indicare il gesto, comune nell'antichità, con il quale il padre era solito riconoscere il figlio nuovo nato.
Subito dopo la nascita, la levatrice deponeva per terra l'infante.
Il padre lo sollevava tra le braccia, riconoscendo in tal modo la sua paternità.
Poteva anche non raccoglierlo, negando così la sua legittima discendenza.
E chiamare un figlio con il nome di Tullo, era come dichiarare ad alta voce che egli era stato "tolto", cioè raccolto e riconosciuto dal proprio padre.
Testo per gentile concessione di: F.Diani - Santi e Beati
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