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Livio Andronico è il primo autore che ha scritto, con intenti artistici, in Roma.
Greco di Taranto, condotto in schiavitù a Roma in giovane età, intorno al 249 a.C. circa, fu precettore dei figli di un senatore della gens Livia che, come premio del suo lavoro, gli concesse la libertà.
Livio comprese subito che i Romani, per necessità politiche e commerciali, avevano necessità di conoscere la lingua greca: aprì una scuola che fu frequentata dai giovani delle migliori famiglie patrizie.
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Per le necessità del suo insegnamento, Livio ridusse in lingua latina i testi greci che potevano servire di lettura ai giovani della scuola.
Compose tragedie e commedie secondo il modello greco e influenzò moltissimo la cultura romana con la riduzione in latino dell'Odissea di Omero, che, per quel certo non so che di romanzesco, meglio poteva interessare anche il popolo. Infatti, considerato che i nobili, dopo l'insegnamento di Livio, poteveno leggerla in greco, realizzò la riduzione in saturni, pertanto rozza ed imperfetta, ma idonea per farla sentire al popolo più vicina al loro spirito.
Questa riduzione, è noto, veniva fatta leggere nelle scuole ancora ai tempi di Orazio. Dai circa quaranta frammenti pervenuti ai giorni nostri non è facile farsi un'idea di come fosse stata elaborata l'opera; si può pensare, peraltro, che Livio abbia trattato con molta libertà l'originale greco, in parte riassumendolo e in parte scarnificando gli episodi per adattarli ai gusti primitivi dei lettori.
Per la prima volta troviamo, nell'opera di Livio, il tentativo di rendere con nomi latini le divinità e gli eroi omerici: le muse sono le camene, cronos diventa saturno, odisseo diventa ulisse, e così via.
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Ulteriore merito di Livio è stato il far conoscere per primo in Roma il teatro greco, che avrebbe presto surclassato il teatro indigeno, non più in grado di sollevarsi a dignità artistica.
Nel 240 a.C. fu rappresentato il suo primo dramma, nel quale egli stesso ne era l'attore. Pochi sono i frammenti pervenuti; i titoli delle tragedie fanno supporre che si sia servito delle tragedie di Eschilo, di Sofocle e di Euripide (forse rifatte in edizioni posteriori), e che si sia riferito a quasi tutti i più importanti miti greci: Achilles, Aegisthus, Aiax mastigophorus, Andromeda, Danae, equos Troianus, Hermiona, Tereus.
Anche delle sue commedie ci sono rimasti solo i titoli: Gladiolus, Ludius, Virgo.
Nel dramma e nella commedia Livio non si servì dei rozzi saturni, che non sarebbero stati adatti, ma di metri greci (trimetri giambici nei dialoghi e metri vari nelle parti che potevano essere cantate ed accompagnate dalla musica - cantica).
Il coro, però, subì una modifica da Livio: non fu più posizionato nell'orchestra (platea), i cui posti furono riservati agli spettatori d'importanza, ma dovette adattarsi nello spazio angusto della scena. Nel teatro romano il coro, così, perdette tutte quelle prerogative proprie del teatro greco, ma non ne risentì lo spettacolo in quanto i più numerosi momenti musicali (cantica) migliorarono la monotonia dell'azione.
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L'attività artistica di Livio Andronico fu apprezzata dai romani fino al punto di dar vita all'usanza di rappresentare, nelle feste pubbliche, una tragedia o una commedia.
Nel 207 a.C., inoltre, gli fu affidato l'incarico di comporre un partenio da cantarsi in occasione delle cerimonie in onore della Dea Giunone.
Ebbe poi la facoltà di riunire in corporazione i poeti e gli attori (il collegium poetarum che gli sopravviverà per secoli) con sede ufficiale nel tempio di Minerva sull'Aventino.
Benchè sia sconosciuto l'anno della sua morte, Cicerone dice che Livio fu conosciuto da Catone il Censore, il che ci fa supporre che fosse vivente ancora intorno al 200 a.C..
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