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Classico: la lingua letteraria nobilita ed assorbe elementi della lingua viva, ed altri ne proscrive, senza per questo obbligarli a scomparire (riemergeranno, infatti, nel periodo successivo).
Ciò avviene grazie all'impronta di grandi poeti e scrittori che, da creatori, scelgono le parole, le frasi e la costruzione sintattica in modo che la loro scelta sia da tutti accettata ed approvata.
E' questa la lingua letteraria classica, quella dove il purismo non deve essere eccessivo e voluto (come in G.Cesare), ma naturale ed ancora aperto ad assimilare i mutamenti (come in Cicerone).
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Postclassico: quest'ultimo periodo vede la decadenza della lingua letteraria, determinata dallo scomparire di grandi autori e creatori letterari.
La frattura tra la lingua letteraria e quella espressivo-usuale si attenua, non perchè quest'ultima salga, ma perchè la prima discende.
Questo periodo, che comincia con la morte di Augusto, affonda già le sue radici nel periodo precedente (dove la lingua di Livio non è più quella di Cicerone), ed allarga costantemente il divario tra la lingua letteraria, che va esaurendosi nell'innovazione e nell'adeguatezza all'espressione corrente, e quella espressivo-usuale che, invece, si insinua gradualmente nelle opere letterarie fino a trionfare con Seneca (che, peraltro, mantiene una sua relativa correttezza linguistica) e a spadroneggiare nel secondo secolo d.C. con Frontone e Gellio, fino ad Apuleio.
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La suddivisione precedentemente presentata per una storia della lingua latina fa sembrare logico dividere allo stesso modo una storia della letteratura latina. Ma non è così.
L'oggetto di una storia letteraria non è soltanto il linguaggio, ma anche l'evolversi della spiritualità di un popolo, che di quella lingua fa uso per esprimersi.
E se è vero che con la fine di Augusto si identifica il periodo in cui vennero meno i grandi autori (che con genialità avevano plasmato e perfezionato la lingua letteraria), se è vero che Roma non ebbe una seconda fioritura letteraria (come è accaduto per la letteratura italiana) per carenza di nuovi autori geniali (l'esempio di Tertulliano rimane un caso isolato, ed Apuleio non ebbe epigoni), è anche vero che la spiritualità romana non rimase ferma, per esempio, a Cicerone e a Virgilio, ma subì evoluzioni profonde con conseguente trasformazione di idee, pensieri, atteggiamenti d'anima: già con Seneca l'orizzonte si allarga, e nuovi interessi vengono fuori con Giovenale, con Frontone, con gli scrittori cristiani.
In conclusione, una storia letteraria non sopporta i grandi periodi, segnati dai grandi autori, ma deve seguire e registrare l'intera evoluzione della spiritualità di un popolo, e quindi ha bisogno di segnare le tappe di questo cammino evolutivo servendosi di quegli scrittori che ancora oggi ne sono i testimoni operanti.
Da queste considerazioni deriva la seguente suddivisione della storia della letteratura latina, che tiene conto soprattutto di fatti e di uomini della storia politica, indici sicuri di trasformazioni politiche e psicologiche:
1. Periodo delle origini (? - 240 a.C.)
2. Periodo arcaico (240 - 80 a.C.)
3. L'età di Cicerone (80 - 29 a.C.)
4. L'età di Augusto (29 a.C. - 14 d.C.)
5. Da Tiberio a Traiano (14 - 117 d.C.)
6. Da Adriano a Commodo (117 - 192 d.C.)
7. Ultimo periodo (192 - 476 d.C.)
8. Letteratura cristiana
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Preclassico: dalle origini alla fine del secondo secolo avanti Cristo, la lingua intellettuale o letteraria (di solito scritta) e la lingua affettiva (dell'uso ed espressiva) sono simili, se non identiche, e nessuna delle due è predominante sull'altra, ma si trovano, praticamente, sullo stesso piano.
In questo primo periodo, pertanto, la lingua è contemporaneamente affettiva ed intellettuale: chiara, logica, ricca di metafore e scarsamente articolata ed architettata; e ciò è comprensibile perchè non è ancora avvertita l'esigenza di una letteratura progredita, sia per la limitatezza della lingua che per i limitati contatti con altre culture.
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Ogni lingua ha due generi di espressione: l'intellettuale e l'affettivo, sia nella forma parlata che scritta, anche se il parlato è più usuale per l'espressione affettiva (con le conseguenti distinzioni tra la lingua espressiva e la lingua dell'uso) e lo scritto per quella intellettuale.
In base a queste considerazioni, la storia della lingua latina può essere suddivisa in tre periodi:
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La letteratura latina è costituita dalle opere, in poesia e in prosa, degli scrittori di tutti i paesi soggiogati e vinti dai Romani, dall’Italia – dove erano Osci, Umbri, Celti, Etruschi e Greci - fino alle Gallie, alla Spagna, all’Africa e alle colonie del Medio Oriente.
La lingua latina, il dialetto parlato nel Lazio dal popolo romano, diventerà, nel tempo, il linguaggio ufficiale, scritto e parlato, dapprima nell’Italia unificata dagli eserciti vittoriosi di Roma e, via via, nell’intero Occidente soggetto all’Impero di Roma.
La unificazione dei popoli occidentali è stata compiuta da Roma attraverso i suoi eserciti e le scuole fondate ovunque, nelle colonie romane.
Unificazione avvenuta, dunque, non soltanto con l’imposizione degli ordinamenti civili romani, ma anche con l’adozione della lingua latina.
Prima che cominci lo sgretolamento della prodigiosa latinizzazione effettuata dai Romani passeranno circa quattro secoli, ma, intorno al III° sec. d.C, si assisterà all’accentuarsi della differenza tra linguaggio parlato e linguaggio scritto; e ciò a causa del decadimento delle scuole e dell’eccessivo imbarbarimento dell’esercito romano (sempre più numerosi erano i legionari reclutati tra i barbari delle zone di confine).
Queste differenze tra le varie parlate locali, dovute anche ad antiche e sopravvissute peculiarità di pronuncia, porteranno alla successiva costituzione di dialetti separati, embrioni delle varie lingue romanze.
Nel VII° sec. d.C. il latino parlato sarà scomparso, la lingua che per quasi mille anni aveva unificato popoli diversi diventa una lingua per i dotti (riservata solo a coloro che avranno la possibilità di frequentare le scuole o di usufruire di un istitutore) e, fino al sorgere delle nuove letterature nazionali, sarà l’unica lingua scritta e quindi l’unico strumento di espressione letteraria dei popoli medievali, sia latini che germanici.
L’influenza formativa dello stile della lingua latina resterà, comunque, elemento determinante per la formazione e lo sviluppo delle letterature nazionali.
La storia della letteratura latina non può essere considerata soltanto la storia dell'espressione letteraria del popolo romano, ma la storia stessa della letteratura del mondo antico, specialmente nel periodo che va dalla battaglia di Azio (31 a.C.) fino alla formazione dei regni romano-barbarici e oltre.
Ciò perchè le esperienze delle civiltà anteriori, non esclusa la greca (Roma subentra alla Grecia non solo politicamente nel dominio del Mediterraneo, ma anche nel campo letterario la giovane latinità subentra all'ellenismo, proprio quando questo sta per inaridirsi), sarebbero rimaste senza effetto, o, peggio, sarebbero cadute nel buio della leggenda, se Roma non le avesse raccolte, sistemate ed integrate.
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