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Caduta nel 1266 la Casa Sveva, dopo la sconfitta ricevuta da Manfredi a Benevento da parte di Carlo D'Angiò, si scioglie la scuola siciliana che aveva continuato a fiorire anche dopo la morte di Federico II.
La scuola Siciliana ebbe poeti poco originali, che cercavano soltanto delle forme in volgare che potessero rappresentare concetti ed immagini della poesia provenzale: cantano l'amore come omaggio alla donna, ma riescono freddi e privi di accenti umani.
La Scuola Siciliana, però, dimostrò la sua vitalità trapiantandosi in Toscana.
Dopo una breve fioritura di poesie di tipo provenzale, arricchita di motivi religiosi e morali, acquistò via via una maggiore originalità.
Tra i poeti di questa scuola, che si può chiamare "Scuola Toscana", bisogna ricordare in primis Guittone D'Arezzo.
In seguito, cominciarono a diffondersi, soprattutto fra la gioventù più colta, i versi di un poeta bolognese: Guido Guinizelli che canta il più antico sentimento dell'uomo con accenti assolutamente nuovi per l'epoca.
L'amore, secondo il poeta è un sentimento soprannaturale ed un privilegio dei cuori "gentili", cioè delle anime nobili e virtuose. La sua canzone "Al cor gentil reimpara sempre amore" è in pratica il manifesto dello stil novo: la nobiltà è il segno di virtù dell'uomo e la gentilezza e l'amore è il paragone fra la donna e l'angelo.
La nuova poesia fu chiamata "Dolce Stil Novo" da un verso di Dante Alighieri.
"Dolce" per la delicatezza del tema e la musicalità dei versi; "Stile" perchè non fu una vuota applicazione di regole, ma frutto di una ricerca originale; "Novo" perchè fece tramontare vecchi schemi rinnovando totalmente la poesia in volgare.
In tutta la lirica stilnovistica c'è una ricerca intellettuale di schemi e immagini che si svolgono sopratttutto su un piano astratto e irreale pieno di alti sentimenti e valori morali.
La donna diventa uno strumento per avvicinarsi a Dio, essa ci innalza verso alte vette.
Si spiega perciò come i giovani poeti della nuova scuola guardassero con disprezzo i poeti delle scuole precedenti che accusavano di mancare di schiettezza e raffinatezza stilistica.
Tra i maggiori si ricordano Guido Cavalcanti, Cino da Pistoia, Lapo Gianni, Dino Frescobaldi e, il più grande di tutti, Dante Alighieri.
Questi poeti ebbero in comune un alto concetto della donna vista soprattutto come lo strumento per innalzare lo spirito a Dio.
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