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Le tendenze della lirica nel Seicento si distinguono in tre correnti:
marinista,
petrarcheggiante e
classicheggiante.
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E' del poeta il fin la meraviglia: parlo dell'eccellente e non del goffo; chi non sa far stupir vada alla striglia, con queste parole Giovan Battista Marino indicava nella meraviglia lo scopo della poesia; per questi versi è considerato il teorico del secentismo ed è l'autore cui si riconducono una schiera numerosa di lirici che portano a far coincidere il marinismo con il secentismo per l'imitazione, a volte esagerata, del manierismo e degli artifici del Marino.
Citiamo, ad esempio, Claudio Achillini, Ciro di Pers, Girolamo Preti e Girolamo Fontanella.
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L'indirizzo petrarcheggiante continua anche in questo secolo; è proposto da alcuni autori, come Pirro Schettini e Carlo Buragna., che tentarono, con risultati invero privi di originalità, di continuare l'imitazione della lirica di Francesco Petrarca, il poeta di Laura.
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Pur rifacendosi ai classici greci (Pindaro e Anacreonte) ed imitando anche i poeti francesi della Pléiade, i lirici dell'indirizzo classicheggiante non riescono ad evitare i caratteri del secentismo, con la sua estrosità e voglia di meravigliare.
Oltre a Gabriello Chiabrera, considerato il maggiore dei lirici classicheggianti, sono da ricordare Vincenzo da Filicaia, che ispirò le sue ""Canzoni"" all'assedio e liberazione di Vienna, e Fulvio Testi che, pur essendo un poeta cortigiano, mostrò di avere la consapevolezza della esistente corruzione e della perdita dei valori culturali e politici dei suoi concittadini.
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