|
|
|
Nella poesia del Novecento il sentimento della natura si esprime a diversi livelli di consapevolezza e in modi e forme che vanno, per esemplificare, dalla natura intesa come occasione dell’emersione della memoria, alla natura che si precisa come eco stessa della memoria, fino all’osmosi uomo/natura, per un continuo insistito rinviarsi di immagini che muovono dall’uomo al paesaggio alle cose circostanti, e viceversa, in un circuito continuo di andata e ritorno.
|
|
Si pensi alla lirica “Ride la gazza, nera sugli aranci” di Salvatore Quasimodo, dove il poeta siciliano, ormai da tempo lontano dalla sua terra natìa, sollecitato dall’ora serale d’un plenilunio, che gli richiama altre notti di altri pleniluni, si abbandona all’onda dei ricordi, rievocando con ardente partecipazione lontani ricordi della sua fanciullezza, trascorsa in selvaggia libertà presso il mare di Sicilia.
E, ancora, nella poesia “S’ode ancora il mare”, il poeta, che si trova a vivere a Bergamo, lontano dalla sua terra e dalla donna che amò presso le rive dello Jonio, “riode, da più notti, la voce del suo mare, lieve, su e giù lungo le sabbie lisce. È come l’eco d’una voce chiusa nella mente, che risale da quel tempo, ormai lontano, e si fonde al lamento assiduo dei gabbiani, il cui ricordo è rafforzato dal presente effettivo lamento di uccelli delle torri, che l’aprile sospinge verso la pianura” (Masselli e Cibotto, “Antologia popolare di poeti del novecento”, 1964).
Per molti poeti del Novecento (che, in questo senso, proseguono sulla linea di una sensibilità che fu già romantica), la natura è continua sorgente di meraviglia.
Rovesciando i termini barocchi, per cui era del poeta il fin la meraviglia, per questi poeti la poesia nasce da ed è tutt’uno con la meraviglia.
La poesia, per il parmense Attilio Bertolucci, è un’abitudine, forse addirittura un vizio, che risale all’infanzia: “… il poeta è uno che non riesce a diventare interamente maturo. Impossibilità che gli deriva dalla tendenza, viva nei fanciulli morta nei grandi, a meravigliarsi … il poeta scrive perché si meraviglia delle cose che vede” e “la poesia nasce dalla felicità, che sempre s’accompagna alla meraviglia”.
Ma, attenzione, è una felicità, questa, “della quale il poeta sente in modo acutissimo la fragile, precaria natura; ed è per questo che egli s’affretta a fermarla, a tentare di fermarla, descrivendola”. Con felice espressione sintetica e riassuntiva: “… il poeta si meraviglia della bellezza delle cose [in primis, della natura!, ndr], e si meraviglia del tempo che passa e le trasforma, della morte che le distrugge, e vorrebbe salvarle tutte”.
Si veda “Fuochi in Novembre”, che è un miracolo di trasfigurazione del vero e della natura, reso con quel magico senso di meraviglia di cui abbiamo riferito dallo stesso Bertolucci (cfr. Masselli - Cibotto, op. cit.).
|
|
In Sandro Penna, la natura è umanizzata, specchio partecipe dei sentimenti e delle emozioni e dei sentimenti del poeta (si veda “Mi avevano lasciato solo”, in cui il Poeta, in una sera d’inverno, abbandonato al sopraggiungere della pioggia dagli amici, sotto lo sguardo meravigliato dei pioppi, umanizzati al punto di soffrire della sua pena, giace dolente in un deserto di pietra, quasi di pietra fatto egli stesso).
Mentre, in “Grappa a Settembre” di Cesare Pavese, l’aria cruda (e cioè aspra e forte, come la grappa), intrisa di nebbia, si beve a sorsate come grappa: anche l’acqua del fiume ha bevuto le rive come se fossero grappa; e le strade sono come le donne, maturano ferme (come i frutti sugli alberi, le case sui corsi…)
Dunque, molteplici sono le modalità di approccio della poesia del Novecento a quello che abbiamo chiamato il “sentimento della natura”.
Ma una distinzione categoriale di fondo è comunque possibile.
Già nelle esperienze poetiche del romanticismo italiano, l’atteggiamento del Poeta di fronte alla Natura, il suo modo di viverla e di rappresentarla/esprimerla, può essere VISIVO o, all’opposto, VISIONARIO (anche se, ovviamente, le possibili variazioni e contaminazioni all’interno del range definito da questi estremi sono da considerarsi innumerevoli...).
Prendiamo in considerazione una poesia del tipo indubitabilmente VISIVO che tutti conosciamo: “San Martino” di Giosuè Carducci, un efficace bozzetto paesaggistico di grande maestrìa, e limitiamoci alla strofa dell’osservazione del volo degli uccelli migratori:
sta il cacciator fischiando
u l’uscio a rimirar
tra le rossastre nubi
stormi d’uccelli neri,
com’esuli pensieri,
nel vespero migrar.
Anche qui non siamo di fronte ad un testo puramente descrittivo di un fenomeno naturale (in quegli esuli pensieri si esprime il desiderio umano di fuga, di liberazione), ma certo l’atteggiamento del poeta è prevalentemente visivo: descrive il fenomeno così come appare alla vista.
Al contrario, in “Uccelli”, di Mario Luzi, poeta di intensa spiritualità orfica, che è come dire proiettata oltre l’apparenza e, cioè, in qualche maniera VISIONARIA, il volo degli uccelli è trasfigurato a parabola di una condizione umana caratterizzata da particolari stati d’animo.
Le strade dell’orfismo sono le più impensabili e anche le più nascoste.
Ci sono poesie la cui grazia traluce immediatamente e immediatamente conquista il lettore.
Ma errore grave sarebbe considerare tale “grazia immediata” come un’affermazione della povertà espressiva, un indulgere al puro e semplice diarismo impressionistico.
A volte, è vero il contrario.
È spesso vero, infatti, che quanto più risplendente di evidenza e di freschezza è l’immagine poetica, tanto più profondamente ad essa soggiace un senso altro, allusivo, complesso ed emblematico a cui, come in un gioco di specchi, essa ambiguamente rimanda.
|
|
Uno dei poeti più “trasparenti” del Novecento italiano è certo Diego Valeri.
Eppure...
Leggiamo questa brevissima e intensissima lirica, dove il “sentimento della natura” è centrale, ma al tempo stesso profondamente allusivo ad un “altro”, che si spinge “oltre” la superficie dell’apparenza.
“ I Pescatori”:
Rovesciavi il bel viso in fanciullesco modo,
per ascoltare quel trillo alto perduto di allodola;
guardavi stupita gli spazi, la bianca mattina
fumante nel sole, confusa alla bianca marina.
Poi vennero i Pescatori: con i lunghi strappi oscillanti,
con rotte grida, tiravano in secco le reti stillanti.
Nel bruno groviglio dei fili scorgesti un guizzare d’argenti
di azzurri di verdi. Ridevi tutta, occhi labbra denti.
Non c’è dubbio che la “memoria d’un viso attraente di fanciulla – per citare Masselli e Cibotto della già ricordata e mai troppo apprezzata “Antologia Popolare di Poeti del Novecento” - ha lavorato nell’animo del Poeta: e la fanciulla è qui, dinanzi a noi, così viva e palpitante che lo sarebbe meno se potessimo davvero incontrarla lungo una marina, in una bianca mattina fumante nel sole”.
Tutto vero.
Ma che dire poi di quelle “reti stillanti”, non a caso collocate al punto nodale della lirica?
E di quel corrispondente “bruno groviglio” di fili nel quale guizzano argenti azzurri verdi, e cioè colori, e cioè luci, ancor prima che semplici concreti determinati pesci?
La letteratura, sappiamo, è un SISTEMA e non possiamo dimenticarlo.
Ogni poeta e ogni poesia di ogni poeta si inserisce in un continuum che attraversa i tempi e tutti li attualizza.
Come non scorgere allora in questa così insistita immagine della “rete” un riflesso, sia pure indiretto e magari sommerso, del topos antico e classico del “grifo”, della rete cioè che è un labirinto che stringe e confonde le apparenze del reale, metafora dei “sottili inganni” del cosiddetto reale e della corrispondente “conoscenza sottile”, grimaldello acutissimo della mente per forzarli?
E nel guizzare dei colori – che sono luci- il riferimento, sia pure rarefatto e forse rimosso, al Minotauro, che era Asterione, e cioè lo “stellante”, che muore ucciso al centro della rete aggrovigliata del labirinto, ipostasi del regno della morte, quando appunto viene oscurato dalla più sfolgorante luce della “luminosissima” Arianna?
Non leggiamo, appunto, nella poesia del Valeri: Ridevi tutta, occhi labbra denti, che è una accensione intensissima assoluta di luce, a fronte di quel meraviglioso e pure tragico, perché segnato dalla morte,guizzare d’argenti di azzurri di verdi?
Ancora una volta la Poesia si rivela più persuasiva, nella sua sintesi espressiva, di ogni pur dotta disquisizione accademica, sul principio e sul sentimento della physis, che è poi come dire sul sentimento profondo della natura!
|
|
Ricordiamo che spesso la Poesia è stata ed è espressione della nostalgia delle origini.
Pensiamo a Baudelaire, indiscusso caposcuola della modernità, nella cui poesia il “bello”, il “buono”, in una parola il “paradiso”, sono un bene perduto, un sogno inghiottito nella nebbia dei secoli passati: “A me caro è il ricordo delle età nude.. / A lungo vissi in vasti portici… / Fu la mia giovinezza… / Al tempo che natura…”.
Ecco che si riaffaccia il "sentimento della natura".
Ma qui chiaramente come bene perduto, stato di natura originario, mitico passato edenico, illo tempore in cui uomo e natura e dio erano in rapporto di armonia, quasi articolazioni di una superiore unità, verso cui solo la Poesia può tendere con insanabile nostalgia, seguendo e interpretando i segni i simboli nascosti nell’apparenza del reale.
È l’insanabile nostalgia delle origini, è il senso della caduta, che fa tutt’uno con quello dell’elezione e della maledizione del Poeta, il quale è maledetto perché, come un angelo caduto e diseredato, è “diverso” e deriso da chi non ha coscienza di quella caduta; ma, al tempo stesso, egli il caduto, il deriso, il maledetto (si pensi alla poesia “l’albatros”), è anche colui che si sente eletto. Eletto a che? A testimoniare con la sua opera la tensione disperata verso la perduta unità con la natura.
Ed è ovvio che in questa tensione operi nel Poeta quello che nel Sublime dello Pseudo Longino è definita come l’eco di un alto sentire.
In una magnifica introduzione al trattato Del Sublime dello Pseudo Longino, Francesco Donadi riferisce intenzionalmente un brano delle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo. Il seguente:
“Alfine eccomi in pace! – Che pace? Stanchezza, sapore di sepoltura. Ho vagato per queste montagne. Non v’è albero, non tugurio, non erba. Tutto è bronchi, aspri e lividi macigni; e qua e là molte croci che segnano il sito de’ viandanti assassinati – La giù è il Roja, un torrente che quando si disfanno i ghiacci precipita dalle viscere delle Alpi […] Mi sono fermato su quel ponte, e ho spinto gli occhi sin dove può giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e di burroni cavernosi, appena si vedono imposte su le cervici dell’Alpi altre Alpi di neve […] La Natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia da questo suo regno tutti i viventi”.
Commenta il Donadi: “La natura appunto dà eco alla disperazione di Jacopo Ortis prossimo al suicidio”. E aggiunge, chiosando ad un tempo Foscolo e l’Autore antico: “E l’eco è solo delle vette, degli interminabili silenzi che soli permettono alla poesia di far sentire la sua voce; al di fuori della natura, nell’ambito della tecnica e dell’artificio, tutto, in questa prospettiva, è musica da carillon”. Bene, questa sì che è celebrazione del sentimento della Natura, che attraversa i tempi!
E, infatti, prendiamo in considerazione adesso il seguente passo tratto da Pampa di Dino Campana (e siamo ai primi del Novecento…).
“Gettato sull’erba vergine, in faccia alle strane costellazioni io mi andavo abbandonando tutto ai misteriosi giuochi dei loro arabeschi, cullato deliziosamente dai rumori attutiti del bivacco. I miei pensieri fluttuavano: si susseguivano i miei ricordi: che deliziosamente sembravano sommergersi per riapparire a tratti lucidamente trasumanati in distanza, come per un’eco profonda e misteriosa, dentro l’infinita maestà della natura”.
Non mi nascondo che il confronto possa apparire, a prima vista, ardito se non addirittura illegittimo.
Ma, a ben vedere, non è propriamente così.
Diversa è l’epoca, diversa l’ambientazione (qua le sterminate praterie della pampa argentina, là le Alpi dirupate) e differente –anzi, opposto - lo stato d’animo dei due autori (Jacopo, prossimo al suicidio, è schiacciato da un sopore di sepoltura, Dino abbandonato, cullato, in deliziosa immersione nell’infinita maestà della natura).
Ma proprio qui si posa la chiave di lettura per noi fondamentale: un elemento decisivo e sostanziale legittima l’accostamento dei due passi: entrambi imperniati sul sentimento “sublime” che può ispirare la Natura e nutriti degli echi che da quel sentimento si sollevano.
“… come per un’eco profonda e misteriosa, dentro l’infinita maestà della natura”, appunto, da cui scaturisce la longiniana e sublime “eco di un alto sentire”, a fondamento di una poesia che è ispirazione che esistenzialmente s’invera “nel cosmo di cui è parte”, sia per un sentimento angoscioso di fronte al mistero della natura sia per un annullamento delizioso nel medesimo mistero.
Per gentile concessione dell'autore, prof. Alfonso Cardamone.
|
|