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Notaio e giudice come il padre, militante nel partito dei guelfi, mise a disposizione dei fiorentini tutto il suo sapere nel tentativo di contribuire alla formazione di una classe dirigente in grado di governare la res publica fiorentina.
Come rappresentante di Firenze si recò presso il re di Castiglia Alfonso X per chiedere aiuti contro i ghibellini; sulla via del ritorno dalla sua missione, fu informato della sconfitta dei guelfi nella battaglia di Montaperti (1260) e dell’esilio comminatogli dai ghibellini (vincitori con i senesi e con i tedeschi di Manfredi).
Fu, quindi, esule in Francia, dove rimase dal 1260 al 1266, anno della sconfitta di Manfredi nella battaglia di Benevento.
La sua permanenza in Francia gli consentì di entrare in contatto con la cultura transalpina, tanto da scrivere i tre volumi del Trésor in lingua d’oil.
L’opera, che trattava di geografia, astronomia, storia sacra e profana, scienze e morale, fu tradotta in volgare da Bono Giamboni e fu molto apprezzata nel Medioevo.
Il Tesoretto, un poemetto allegorico-didattico in lingua volgare, narra di un viaggio immaginario che il Latini, insieme ad Ovidio (che gli fa da maestro), effettua attraverso il regno delle Virtù cavalleresche, dell’Amore e della Natura.
Quest’opera, anche se incompleta, offrirà ottimo spunto all’immaginazione di Dante, il poeta della Divina Commedia, che lo ricorderà come uno dei suoi Maestri nel canto XV dell'Inferno (girone dei pervertiti). Lo ricorderà anche nel De vulgari eloquentia, citandolo insieme a Guittone d'Arezzo.
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