Top: International: Italiano: Arte: Letteratura: Italiana: Autori: Campana, Dino


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Poeta italiano del Primo Novecento.
La sua fama è affidata all’opera di scritti letterari e poetici “Canti Orfici”, pubblicata a Marradi, ed. Ravagli, nel 1914.
Poesie e scritti vari sono raccolti in Inediti, Taccuino, Taccuinetto faentino, Fascicolo marradese, Il più lungo giorno.
Di lui ci rimane anche l’epistolario con la scrittrice Sibilla Aleramo, con la quale ebbe una relazione sentimentale.

È nel quadro dei nuovi e più vivaci fermenti prodotti dall'esperienza dei vociani che vanno collocate la figura e l'esperienza di Dino Campana, il quale, anche e soprattutto per le condizioni eccezionali della sua avventura umana
-il suo naturale e fatale derèglement (che finì per condurlo in manicomio), il suo instancabile nomadismo, la sua incrollabile fiducia, fino al sacrificio estremo della ragione, nell'unione profonda tra arte e vita e, "last but not least", la sua conoscenza diretta delle lingue e delle letterature europee d'avanguardia, diviene il "lirico più significativo del decadentismo italiano", come riconosce Sergio Solmi.
Quello in cui –aggiugeremo noi- la fiamma del decadentismo europeo, che in Italia non aveva mai potuto divampare sino allora in profondità, brucia per intero, consumando le stesse scorie della tradizione romantica ed aprendo preziosi varchi alla lirica nuova del Novecento.

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La notte

Sin dal primo paragrafo (quasi un prologo) della Notte appaiono in evidenza tutti gli elementi fondamentali caratteristici della poesia campaniana, chiaramente riferibili alla linea orfica del romanticismo e del decadentismo.
Innanzi tutto, l'attacco "Ricordo..”: è chiaro che la vicenda poetica si svolge in un tempo e in uno spazio irreali, volutamente indeterminati, in una dimensione di spazio-tempo dichiaratamente memoriale (i ricordi del mondo reale sono come sfumati, filtrati attraverso lo specchio deformante della visione), che favorisce l'emersione di un vero e proprio "paesaggio di sogno". E ricordo e sogno si alternano per tutta la trama della Notte, l'uno condizione e radice dell'altro: un ricordare che è un obliare, un dimenticare il "panorama scheletrico del mondo", per attingere "il sogno ridesto nelle potenze sue tutte trionfale", quel sogno di cui il cuore del poeta "era affamato"; un sognare che è un ricordare, un risalire alla memoria orfica, primigenia, alle "figurazioni di un'antichissima libera vita".
Novello Orfeo, Campana, munito solo della sua fede immensa e dell' "ansia del segreto delle stelle”, muove dalla sua notte di uomo, di fragile poeta "bello di tormento, inquieto pallido assetato errante dietro la larva del mistero", alla conquista della "notte mistica dell'antico animale umano".
E come nei misteri orfici, Campana prima di poter giungere a gettare ponti sull'infinito deve affrontare le prove iniziatiche.
La prima prova, che si svolge per quattro paragrafi (dal 6° al 9°), ripete quella che -sottolinea Neuro Bonifazi- “secondo la misteriosofia orfica, doveva liberare l'iniziato dal peso della lussuria e del peccato".
Tre sono i personaggi della "fantastica vicenda": il poeta, la ruffiana-sacerdotessa-matrona e l'ancella-prostituta. "Tre aspetti -come scrive il Bonifazi– di un'unica anima oscura e infeconda che cerca di risolvere il problema della vita", tre aspetti di un'anima che non sfugge il peccato, la lussuria, "la pena eterna dell'amore", non teme la schiavitù e il male, ma li affronta con la fede nel mistero e ne fa anzi strumenti di redenzione. Punti di partenza per l'orfico viaggio dalla condanna esistenziale del caso, dell'arido e dell'informe, del frammentario e dello scheletrico, al mondo soprarazionale del mito rasserenatore ed eterno, che riscatta l'esistenza umana dalla schiavitù del tempo e della carne.
Ma quanto precaria questa illusione!
Quanto vano questo coraggio!
E quanto consapevole l'inevitabilità dello scacco!
S'erano appena affacciate "ai cancelli d'argento delle prime avventure antiche immagini, addolcite da una vita d'amore", aveva appena intrapreso il poeta il suo viaggio iniziatico, al fianco della sua Euridice, in una luce ormai "deliziosa e bianca", che d'improvviso tutto divenne di una "irrealtà spettrale", riapparve il "panorama scheletrico del mondo", l'atroce irrealtà del mondo delle parvenze, delle cose, del tempo, della morte.
Ed Euridice svanisce e il sogno (che pure il poeta "ama"} si svela -d'un tratto- "vano".
Il medesimo meccanismo di iniziazione che abbiamo visto in opera nei paragrafi dal 6° al 9°, ritorna nel 13° e poi nel 16°. Muta l'ambiente (nei primi paragrafi è possibile rintracciare il ricordo trasfigurato di Faenza; nel 13° quello di Bologna; nel 16° è la Pampa americana), ma non i personaggi: la matrona-sfinge, la fanciulla-prostituta, il poeta-iniziando. Né muta la meccanica dell'iniziazione orfica. La lussuria, l'amore, è pur sempre il peccato umano che richiede il riscatto e, ad un tempo, lo strumento che opera il riscatto, l'umana liberazione.
Nel paragrafo 13° la matrona, la "sfinge", parla. "La sua vita era un lungo peccato: la lussuria…lei spinta dalla nostalgia ricordava ricordava a lungo il passato".
E la redenzione dalla condanna del tempo non investe solo la matrona, ma coinvolge in una solidale identità di destini il poeta e la fanciulla.
Ad accrescere il significato sacrale e simbolico della scena ("la grazia simbolica e avventurosa di quella scena") interviene qui "una tenda, una tenda bianca di trina, una tenda che sembrava agitare delle immagini, delle immagini sopra di lei, delle immagini candide sopra di lei pensierosa negli occhi giovani".
E la tenda è un elemento fondamentale dei riti orfici, un apparecchio sacro comune agli antichi misteri.
Nella scena ambientata nella pampa, più violenta, ardente, orgiastica, il poeta apporta qualche variante al meccanismo iniziatico e quasi ripete e rivive nella sua carne, nel suo sangue, il sacrificio di Orfeo straziato dalle baccanti.
La matrona è qui chiaramente una menade selvaggia, il poeta e la fanciulla le vittime sacrificali. Come il sangue di Orfeo, il sangue del poeta è bevuto dalla terra. "Il mio sangue tiepido era certo bevuto dalla terra".
Ma ancora una volta l'amore è l'occasione e il mezzo della liberazione, della salvezza, così della fanciulla ("A un tratto la fanciulla liberata esalò la sua giovinezza, languida nella sua grazia selvaggia") come del poeta. E mentre finalmente la porta della visione estatica rimane aperta e "la chioma augusta dell'albero della vita si tramò nella sosta" (la sosta non è altro che la sospensione del tempo), "l'ombra delle selvaggie" rimane nell'ombra.
È il trionfo -dopo il sacrificio- del mito di Orfeo sulle baccanti selvagge, è il trionfo del mito di "un'antichissima libera vita”. È, soprattutto, fuori del simbolo e del mito, ma anche in virtù del mito consolatore, il trionfo del sogno e dell'assoluto mistico sulla bruta realtà delle cose, sull’assurda ragione dell’esistere umano.
La poesia di Campana è una poesia intimamente religiosa, che, muovendosi nel solco tracciato dalla più intima corrente di poesia rivelata (romantica e decadente), aspira alla "explication orphique de la terre", alla riconquista dell'Uno e del Divino, contro il frammentario e l'angoscioso. È una poesia insofferente così del caso, come della storia, una poesia che aspira a rituffarsi nel passato mitico, che si crea una propria simbologia oracolare e, muovendo dal "gorgo notturno" e dall"infrenabile notte", mediante il recupero della memoria orfica riconquista (ma per un breve istante) l'illusione del "sogno" serenatore, l'antica "Chimera", la "pace cristallina", la "serenità perduta".
È un continuo, disperato tentativo di sfuggire all'oppressione del reale, dell'esistenziale informe e frammentario, che appare dolorosamente incomprensibile e immotivato, per raggiungere, attraverso "la più potente anima seconda", "l'azzurro mattino" della visione estatica.
Ma il "gorgo vibrante di fremiti sordi", svanito l'effetto illusorio del "vin de la paresse", è lì ad attendere il poeta estenuato nella sua ansia di trasfigurazione, ed egli vi torna ogni volta a precipitare, ogni volta più difficile divenendo lo sforzo di riprendere il "viaggio", di proseguire con rinnovato ardimento la "sorda lotta notturna".
E si hanno in questa poesia di appassionata speranza e di tragica fede momenti di sconfitta terribile, bruciante. Momenti in cui il poeta grida con angosciosa consapevolezza la propria impotenza ("E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera"), o riconosce, disperato, la vanità del suo sogno eroico: e le "taciturne porte ... aperte sull'infinito" non spalancano più visioni di serenità e di eternità, ma di annientamento e di morte (sono le "porte/ Aperte de la morte"), mentre il sogno vanisce "Nei gorghi de la sorte!".
Questa è la tragica cadenza, il ritmo tremendo del "viaggio" campaniano (potremmo dire, parafrasando il titolo del manoscritto smarrito precedentemente la pubblicazione dei “Canti Orfici”, del suo “più lungo giorno”), della sua fuga dal reale, che è poi sempre un ripiombare rovinoso nel reale. Questa la chiave, queste le ragioni delle sue partenze e dei suoi ritorni.

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Il più lungo giorno

Nella primavera 1971, a Poggio a Caiano, riordinando le carte di Ardengo Soffici, la moglie e la figlia dello scomparso scrittore-pittore ritrovano il quaderno di poesie, che nel 1914 Campana gli aveva consegnato perché da lui e da Papini ne ricevesse un autorevole parere, e che allo stesso Soffici sembrò come "un vecchio taccuino ... di quelli dove i sensali e i fattori segnano i conti ...". Quel taccuino era andato, fino ad allora, smarrito. Nel 1914, Campana diede alle stampe i “Canti Orfici“, dopo quello che fu definito un vero e proprio sforzo di ricomposizione mnemonica (ma, in realtà, come si capì in seguito, quel taccuino era un codex interpositus tra un manoscritto di base rimasto in possesso del Poeta e i “Canti Orfici” dati alle stampe).
La notizia eccezionale venne prontamente data con grande risalto da Mario Luzi dalle colonne del Corriere della Sera del 17 giugno 1971. Il Luzi, dopo aver fornito una sommaria ricognizione del prezioso quadernetto, notava come il titolo, Il più lungo giorno, fosse una locuzione che si poteva supporre di natura esoterica e che, come tale, preludesse bene a Canti Orfici.
"Suppongo di natura esoterica". L'esitazione del Luzi veniva a confermare la non risolta ambiguità di fondo in cui la critica campaniana si è sempre dibattuta sin dalle prime testimonianze e prove esegetiche tentate sui Canti Orfici. Campana è un poeta "visivo" o un poeta "veggente"? La sua è una poesia "orfica" e "visionaria", o "realistico-impressionistica"?
Visivo/Visionario. Non si tratta di un semplice bisticcio di parole, ma di un'opposizione interpretativa radicale, che impone di essere risolta, nonostante gli ovvi limiti di schematismo che un'operazione del genere comporta, perché l'adesione all'uno o all'altro di questi concetti esegetici -e soprattutto il grado di adesione- costituisce al tempo stesso la causa e l'effetto di un opposto ed alternativo atteggiarsi della considerazione critica dell'opera campaniana, che investe tanto la personalità umana ed artistica del poeta (problema della follia di Campana e della sua incidenza sulla poesia), quanto la verità e la validità dell'opera, i suoi legami con questa o quella tradizione letteraria, la zona d'interessi culturali, ideologici ed artistici che hanno presieduto al formarsi e determinarsi della poetica campaniana.
Già Federico Ravagli, amico del Poeta, ricordava come lo stesso Campana con quel titolo intendesse esplicitamente porre in risalto l'intenzione esoterica dei suoi Canti. "Orfici? Perché? La parola non ci parve chiara. E Campana disse allora di Orfeo, di misteri orfici, di potenza dionisiaca, di miti cosmici".
Ma adesso sappiamo che il titolo primitivo era un altro e la sua lezione non era esplicitamente orfica: Il più lungo giorno. E allora? Forse che non c'è legame tra la dichiarazione esplicitamente orfica del secondo e la locuzione, che di quel riferimento esplicito manca, del primo? Il titolo successivo dovrà intendersi come una forzatura rispetto a quello in un primo tempo concepito? quasi un titolo posticcio, dovuto a un ripensamento posteriore, che darebbe magari ragione a quei critici di tendenza "visiva", che ritengono l'orfismo di Campana come il prodotto di un semplice abbaglio volontaristico? Non cred1amo che sia così. Anzi, proprio la locuzione "il più lungo giorno" documenta l'originaria, ferma e determinata scelta esoterica di Campana. Questa affermazione poggia su alcune considerazioni sufficientemente solide e probanti.
l) Il più lungo giorno. Questa espressione, così formulata, non è senza storia nei documenti letterari che di Campana possediamo. La medesima locuzione si trova infatti in un passo del "Taccuinetto faentino", quel "quadernuccio per appunti di piccolo formato" al quale Campana -come scrive il Falqui- "aveva affidato molti barlumi e molti lampi dei suoi Canti in prosa e in verso". A pagina 63 dell'edizione vallecchiana del "Taccuinetto faentino" leggiamo: "...più lungo giorno 'dell'amore' 'antico'". Queste parole sono comprese in alcuni abbozzi che interessano l'ultima parte del poemetto in prosa La Notte, che apre i "Canti Orfici", e precisamente (come avverte Domenico De Robertis, che ha curato la pubblicazione del Taccuinetto) gli ultimi due paragrafi della parte II (Il viaggio e il ritorno) e la parte III (Fine). La presenza della locuzione "più lungo giorno" in questo contesto, accompagnata dalla specificazione "dell'amore" e dall'aggettivo "antico" (che probabilmente va riferito a "giorno"), anche se questi ultimi sono oggetto di due cancellature, ne chiariscono il significato, definendone i connotati misteriosofici e soteriologici. La Notte è infatti -come abbiamo visto– la storia di un viaggio dell'anima (il più lungo giorno appunto) dalle tenebre del mondo empirico allo splendore del mondo sopra-razionale e mistico; un viaggio iniziatico, antico ed orfico, in cui la lussuria, l'amore ha la duplice valenza di peccato umano che richiede il riscatto e di strumento che opera il riscatto, l'umana liberazione. Il viaggio iniziatico che l'anima affronta nella Notte è un viaggio che si svolge nel "più lungo giorno antico dell'amore". Il titolo del manoscritto altro non sarebbe, quindi, che una metafora dell'esoterico viaggio dell'anima di Campana-Faust-Orfeo.
2) A pagina 66 del "Taccuinetto faentino" troviamo un’altra espressione chiaramente indicativa dell'orfismo campaniano, che è singolarmente simile nella struttura alla locuzione del titolo del manoscritto ritrovato a Poggio a Caiano: "Parte prima del libro i notturni/ e il libro finisce nel Più chiaro giorno di Genova". Campana aveva sicuramente l'intenzione (non realizzata solo perché le forze gli "vennero a mancare") di fare della sua opera un tutto organico, strutturato nella dimensione di un poema incentrato sulla figura di un nuovo Faust, "con accordi di situazione e di scorcio", che avrebbe dovuto svilupparsi secondo una ben precisa linea interna, che dalla tenebra iniziale conducesse alla luce del più chiaro giorno. Ricordiamo, a questo proposito, ancora una volta, che il poemetto in prosa La Notte, se non con il "più chiaro giorno", termina con lo splendore gioioso delle "bianchezze di trine", della "polvere luminosa" e delle "fantasie multicolori".
Il viaggio orfico dell'anima del poeta, il suo più lungo giorno, doveva concludersi dunque nel più chiaro giorno, in cui il poeta vince e dissolve il pauroso "gorgo" notturno, risolvendolo nel mito orfico dell'eterno metatemporale che rasserena e riscatta l'esistenza umana dalla condanna esistenziale del caso, dell'arido e dell'informe, del frammentario e dello scheletrico, della schiavitù del tempo e della carne.
A queste due citazioni va aggiunta l’espressione contenuta in "Crepuscolo mediterraneo", composizione abbozzata forse prima dello smarrimento del manoscritto, "Chi può dirsi felice che non vide le tue piazze felici, i vichi dove ancora in alto ancora in alto battaglia glorioso il lungo giorno in fantasmi d’oro …".
Dove mette conto rilevare che "le piazze felici, i vichi" e lo stesso "lungo giorno" sono tutti elementi riferibili a Genova, cioè, appunto, a quello che avrebbe dovuto essere il poema del Più chiaro giorno di Genova.

Per gentile concessione dell'autore, prof. Alfonso Cardamone.

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Data di nascita: 20 agosto 1885
Data di morte: 1 marzo 1932
Opere importanti: Taccuino, Taccuinetto faentino, Fascicolo marradese, Il più lungo giorno
Luogo di nascita: Marradi, (Faenza)
Luogo di morte: Castel Pulci, (Firenze)
Nazionalità: Italiana

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