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Poeta spregiudicato, ossessionato dall'esigenza dei godimenti materiali (la donna, la taverna e il dado erano le tre cose che diceva avere a cuore), morì in miseria dopo aver dilapidato le ricchezze della famiglia di banchieri cui apparteneva.
I documenti del tempo rinvenuti fanno riferimento alla sua persona soltanto per multe, condanne e processi.
In netta antitesi con gli stilnovisti, la poesia di Cecco esprime appieno le aspirazioni della borghesia intellettuale del tempo, che ricercava l'amore sensuale e la reale concretezza del vissuto.
Anche il Boccaccio, nel Decamerone, lo descrive come il prototipo del gaudente e dello spregiudicato in una sua Novella.
Il fondo del cinismo viene toccato da Cecco quando, nel suo S'io fossi foco arderei lo mondo, esterna il desiderio, se potesse avere il potere della morte, di poter ghermire i genitori.
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