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L'aspetto teorico e metodologico della cultura popolare rappresenta sicuramente, ancora oggi, una questione tutt'altro che scontata.
Cominciamo con l'analizzare semanticamente i termini che costituiscono il doppio sintagma, a partire dall'aggettivo popolare, che ci fa subito pensare a due ambiti diversi di applicazione. Il primo è quello che fa riferimento a un livello di grande diffusione di massa, a un consumo di massa. E in questo caso il termine viene a contrapporsi a un qualcosa che si suppone più elevato e meno comune, a un qualcosa che possiamo definire elitario. Per indicare una enorme diffusione di beni di massa, noi italiani usiamo l'aggettivo popolare, gli inglesi l'aggettivo popular. Un altro ambito, invece, di applicazione del termine "popolare" lo riferisce, anzichè a beni ad alta diffusione di massa, a comportamenti, fenomeni culturali, manufatti ed elaborati di varia natura, che siano collegati a realtà sociali definite "basse", come ad esempio manufatti, elaborati, usanze e costumi attinenti all'ambito contadino, operaio e/o artigiano. Come è evidente, in questo secondo caso, l'aggettivo popolare si oppone non già ad elitario, bensì a colto e viene spesso ambiguamente riferito al passato: popolare sarebbe, in una certa visione molto criticabile, ciò che appartiene a forme desuete, o residuali del passato. La cultura contadina, per esempio, in quanto preesistente a quella urbana, sarebbe rappresentata esclusivamente da "sopravvivenze" di costumi e di tradizioni arcaiche. La lingua italiana, in questo caso, rivela una certa insufficienza denotativa: usiamo il medesimo termine, popolare, per riferirci a due ambiti in realtà molto diversi. La lingua inglese, in questo caso, può venire in nostro soccorso, dal momento che i britannici usano due termini differenti per i due differenti ambiti a cui abbiamo accennato: popular per il primo, riferito alla diffusione di massa, folk per il secondo, riferito ai comportamenti culturali "bassi" opposti alla cultura "alta".
Se il primo ambito è materia di studio e di ricerca della sociologia, del secondo si interessano almeno tre discipline: la demologia (studio delle tradizioni popolari), la storia orale (di recente acquisizione accademica e scientifica), e l' antropologia culturale. Sorvolando sulle prime due discipline, vorrei richiamare il ruolo fondamentale giocato dalla terza nella riqualificazione del concetto di popolare. L'antropologia culturale, che nasce originariamente come evoluzione dell' etnografia e dell' etnologia, due ambiti di ricerca specifici dedicati allo studio dei comportamenti sociali e culturali delle popolazioni extraeuropee, da qualcuno definite "primitive", ha avuto il merito di formulare due fondamentali postulati, intorno ai quali ha ruotato il rinnovamento del pensiero culturale e anche politico del Mondo Occidentale nel Novecento.
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Il primo postulato è quello che si fonda sul concetto di relativismo culturale; il secondo quello che definisce l'intero complesso delle attivita' umane come attività culturali. Si tratta di due principi rivoluzionari.
1) Relativismo culturale significa che noi europei non abbiamo alcun diritto di definire la nostra cultura superiore a quella dei cosiddetti "popoli primitivi". Non esistono civiltà superiori opposte a civiltà inferiori, esistono soltanto civiltà differenti. La conclusione è che i valori espressi in un determinato ambito culturale, qualunque esso sia, vanno valutati all'interno di quella cultura. Il postulato del relativismo culturale ha dunque fatto piazza pulita sia del vecchio eurocentrismo che tanti danni ha fatto nella storia, sia della visione evoluzionista positivista in base alla quale la storia appare come una sorta di autostrada rettilinea lungo la quale si deve andare sempre avanti, e più si va avanti e più al progresso si accompagna anche la crescita culturale.
2) Cultura come complesso di attività umane. Tradizionalmente, la cultura europea, e italiana in specie, di stampo umanistico-rinascimentale, o di impronta idealistica, divideva le attività dell'uomo in alte e basse: soltanto quelle ritenute alte (ad es. quelle attinenti alle arti o alle professioni intellettuali) erano degne di rientrare nella nozione di cultura. L'antropologo invece insegna che ogni attività umana esprime la cultura di una determinata comunità, e quindi va oggettivamente considerata come prodotto culturale dallo studioso-osservatore (il problema, come vedremo, riguarda se mai la consapevolezza, o meno, del soggetto-produttore).
Questi postulati si sono rivelati preziosi e rivoluzionari quando dall'applicazione allo studio delle civiltà exatraeuropee si è voluti passare a quello dei sistemi culturali interni alle società europee, che erano e restano società divise in classi. Senza questa rivoluzione antropologica non sarebbe mai stato possibile, per esempio, promuovere un certo tipo di politica culturale, come quella che va alla ricerca della produzione delle cosiddette classi subalterne.
Questo per la metodologia. Resta da chiarire, adesso, chi è il soggetto che produce una cultura diversa da quella egemone e come definirlo.
E non è cosa da poco.
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Se accettiamo che la cultura altra, distinta da quella dominante (cioè, delle classi dominanti) è cultura "popolare" nel senso di cultura "folk", bisogna chiarire chi è il popolo che quella cultura produce.
Sarà d'obbligo, a questo proposito, fare riferimento a categorie storiche ben determinate.
Due sono i pregiudizi ancora oggi duri a morire, benché di opposta matrice ideologica.
Da un lato persiste la concezione idealistico-romantica, che pretende di identificare il popolo con la nazione: concezione che pecca per eccesso, perché se così fosse si negherebbe l'esistenza dei dislivelli culturali interni ad una società complessa e ci sarebbe una sola cultura, venendo a coincidere la cultura popolare con quella nazionale.
Da un altro lato, permane ancora una concezione materialistica volgare, che identifica il popolo, come soggetto consapevole, unicamente con il proletariato, e cultura popolare sarebbe allora semplicemente cultura proletaria. Ma anche questa concezione risulta insoddisfacente, rivelandosi carente per difetto: essa, infatti, non dà ragione, in una prospettiva storica, della pluralità e della mutevolezza delle articolazioni sociali.
Si tratta, quindi, di due strade chiuse, da abbandonare.
Quale sarà, allora, il popolo della cultura popolare?
Occorre ricercare un denominatore comune al quale ricondurre tutte quelle classi, quegli strati sociali che è possibile riconoscere nella categoria di popolo, la quale altrimenti rimarrebbe o troppo generica o troppo limitata.
Le elaborazioni di alcuni studiosi (ricordo per tutti Lombardi-Satriani) concordano nell'identificare questo denominatore comune nell'insieme della categoria dei dominati: è popolo l'insieme dei "dominati", cioè di quanti sono, o nella storia sono stati, soggetti a sfruttamento, oppressione, esclusione, emarginazione, estraniazione dalla società e dalla cultura dominante.
"Popolo" allora sarebbe, oggi, il complesso delle classi e dei ceti oppressi e defraudati dei diritti civili umani e di cittadinanza, sfruttati e ignorati dalla società opulenta dominante, ieri e storicamente tutte quelle classi e quei ceti che non sono mai stati soggetto di storia se non quando, ribellandosi, hanno turbato l'ordine costituito.
Bene, siamo arrivati, e sia pure con una certa approssimazione, ad individuare la categoria di popolo.
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Adesso chiediamoci: qual è la cultura che questo popolo, così definito, fruisce e quale quella che produce?
E, soprattutto, fruizione e produzione coincidono?
Sarà utile un ulteriore sforzo di analisi, al fine di chiarire se per cultura popolare sia da intendersi la cultura per il popolo o non invece la cultura del popolo. Cultura per il popolo è la cultura prodotta dalle classi dominanti per l'uso ed il consumo delle categorie dei dominati; cultura del popolo è la cultura che si vorrebbe prodotta direttamente e autonomamente da quelle categorie di dominati. C'è sicuramente un atteggiamento, ancora forte in alcuni ambienti scientifici ed accademici, che possiamo definire di sociologia della letteratura e, per estensione, di sociologia della cultura, orientato a ritenere che la cultura popolare sarebbe proprio ed esclusivamente quella che si esaurisce nel destino sociale di certa produzione letteraria, o genericamente culturale, più o meno volgare, più o meno scadente.
Ad esempio, un tempo era il "romanzo d'appendice", poi il "fotoromanzo" o la "telenovela": la cosiddetta cultura nazionalpopolare, oggi decaduta dalle teorizzazioni gramsciane alle esternazioni televisive... E naturalmente non c'è chi non veda come tale concezione della cultura popolare come cultura per il popolo finisca per coincidere con il concetto di popolare come "socialmente diffuso", di cui ho precedentemente discusso.
Le "telenovelas" sarebbero popolari non solo in quanto prodotte per il consumo del popolo, ma anche e contemporaneamente perché prodotti a vasto raggio di diffusione e di consumazione.
C'è invece un altro atteggiamento, che riconosce piuttosto al popolo la capacità di porsi, almeno tendenzialmente, come originale ed autonomo produttore di cultura, di una cultura altra e diversa, a volte addirittura contestativa, alternativa rispetto a quella ufficiale.
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Ma nessuno di questi due atteggiamenti può essere assolutizzato, giacché si incorrerebbe, nell'un caso e nell'altro, in un grave errore di "esagerazione".
La verità sta probabilmente nel mezzo.
Di fronte a qualsiasi tipo di manifestazione culturale in qualche modo riconducibile al popolo, o comunque ai suoi interessi, ci si dovrà sempre chiedere se si tratti di prodotti culturali capaci di esprimere valori autonomi, non presi in prestito più o meno consapevolmente da altri livelli socioculturali, magari di valori addirittura contestativi rispetto a quelli espressi dalla cultura ufficiale ed egemone, o se non si tratti piuttosto di valori iniettati dalla classe dei dominatori in e su quella dei dominati. Occorre cioè non dismettere mai un atteggiamento critico, evitando di sposare aprioristicamente una posizione o l'altra.
Ecco un esempio classico, che ci aiuta a capire quanto sia difficile orientarsi in questo ambito.
Nel 1897, un ricercatore benemerito, S. S. Marino, raccoglieva e pubblicava in "Costumi ed usanze dei contadini di Sicilia", alcune parità (apologhi o novelline), estremamente significative.
Tra le tante disponibili riguardanti temi ufficiali recepiti senza modifiche dal popolo, ne propongo una in particolare all'attenzione dei lettori, dal titolo, che si commenta da solo, "L'autorità è necessaria".
"Nel mondo non siamo tutti uguali. Che divertimento se lo fossimo! La vera repubblica, credetemi. L'uomo è come l'asino e come il cane. Se non c'è il padrone che li mette al dovere con il pungolo, col randello e la catena, essi si sdraiano, si strofinano, danno calci e morsi e ci pisciano addosso.
Anzi, per l'uomo ci vuole qualcosa di più: la forca sempre in vista. Il mondo ha cinque cardini: un Dio, un sole, un re, un leone, un marito. Questi sono i cardini su cui l'eterno padre piantò il mondo perché stesse saldo. Senza questi va a rotoli. Dio tiene in pugno tutti, il sole gli elementi, il re i popoli, il leone gli animali, il marito casa sua.
Quando il Signore creò il mondo e levò la mano per benedirlo, nelle cinque dita aveva come raggi fulgidissimi i nomi dei cinque cardini del mondo".
Finisce qui la parità.
Ritengo che non sia possibile non concordare con Lombardi-Satriani, quando la sottolinea come un esempio chiarissimo di cattura ideologica delle classi subalterne da parte dell'ideologia dei dominatori.
Facendo leva sul fatto che anche i poveri sono, tra l'altro, mariti, e possono così usufruire dei vantaggi loro offerti dal concetto di "autorità" almeno nell'ambito della famiglia (una vera e propria forma di compensazione a danno di chi è ancora più debole: la donna!), i dominatori si fanno i dominati complici e sostenitori del tema (che giustifica il loro stesso assoggettamento economico, sociale e culturale): "l'autorità è necessaria".
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A questo punto, penso che appariranno evidenti i rischi ed i limiti impliciti in una ricerca sulla cultura popolare che dovesse fare acriticamente credito al popolo di essere sempre e costantemente consapevole d'essere portatore e produttore di valori culturali diversi e alternativi. Non è sempre così.
Si chiarirà, allora, di converso, l'esigenza di adottare una metodologia di lettura del materiale popolare rigorosamente critica, che non sia mai in alcun modo cedevole rispetto a posizioni assolutizzanti e preconcette, ma piuttosto attenta a cogliere ed a valorizzare i segni dell' autonomia, quando ci sono, così come ad evidenziare e denunciare quelli della sudditanza, quando siano essi, come purtroppo il più delle volte accade, ad essere presenti..
Per gentile concessione dell'autore, prof. Alfonso Cardamone (a.cardamone@email.it)
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