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Teratologia: dal greco, "trattazione di cose mostruose".
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L’ antichissima storia ittita di Kessi il Cacciatore ricorda da presso il mito greco di Orione, anche egli Cacciatore prima di divenire una Costellazione, lassù nel cielo.
Questa storia appare ai nostri occhi fondamentale per almeno due ordini di motivi
1) perché essa sembra fondare, attorno ad un antichissimo nucleo mitopoietico, di origine orale, quei temi fondamentali della letteratura a venire, da sempre incentrati intorno alle drammatiche coppie dialettiche mortalità/immortalità, umano/oltreumano, natura/sovranatura;
2) perché in quest’ambito letterario di ordine generale si inscrive una interessante rete di relazioni e di rinvii tra elementi teratologici ricorrenti nel mito antico e aspetti specifici della narrativa di tipo fantastico delle età a venire.
Agli inizi fu -indubbiamente- un Convivio di Sogni.
A nessuno mai, certo, fu dato di conoscere l'inizio degli inizi.
Ma noi sappiamo che non poté essere che così.
Non è senza ragione, infatti, se -agli inizi- il sistema della Letteratura si assesta e si definisce proprio mentre si definisce e si circoscrive il sistema del Sogno come sistema fondamentalmente votato alla veggenza, o pre-veggenza della Morte.
All'alba della "civiltà", e forse prima se facciamo riferimento alla probabilissima origine orale del racconto, Kessi, eroe protagonista di un'antichissima epopea ittita scritta oltre quaranta secoli fa, sogna e, sognando, segna e stabilisce, attraverso la registrazione di sogni, che sono labirintiche metafore oniriche della Morte, le fondamentali metafore degli Inizi e, contemporaneamente, i paradigmi degli sviluppi successivi della Letteratura e della Poesia, in generale, del Meraviglioso e del Fantastico in particolare.
Già T. H. Gaster, lo studioso che quella storia ha riportato (completandola) nella sua opera Le più antiche storie del mondo (1960), nel commentarla sostiene che
“I sette sogni di Kessi debbono probabilmente venir considerati come tratti da una "lista modello" a cui gli antichi narratori attingevano ogni qual volta il racconto lo richiedeva".
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Chi era, dunque, Kessi il Cacciatore e quali i suoi sogni?
Nella parte della storia che è giunta fino a noi, Kessi è descritto come un cacciatore così abile nell'arte della caccia che "persino gli dèi giunsero a fare affidamento su di lui per il loro cibo quotidiano". Ma un bel giorno tutto cambiò. Kessi si innamorò di una fanciulla dagli occhi splendenti e dalla voce melodiosa, Shintalimeni, la più giovane di sette sorelle, e, allora, addio caccia! Occhi negli occhi, le giornate trascorrevano tutte impegnate negli smemoranti ozi d'amore. Quando, infine, spinto dalla madre severa, fece ritorno sulle colline, a caccia, la ruota del destino ormai volgeva in tutt'altro senso per il Cacciatore. "Quando un uomo dimentica gli dèi, gli dèi dimenticano lui; e quando Kessi raggiunse le colline, trovò che tutta la selvaggina si era nascosta nelle tane e, per quanto egli girasse e si affannasse, le sue fatiche furono vane". Sfuggito a stento alla furia ed ai sollazzi crudeli degli gnomi delle montagne che, mentre era addormentato, molto avrebbero gradito farlo a pezzi, ma infine si erano accontentati di rubargli il mantello lasciandolo esposto al gelo notturno, qualche notte dopo "ebbe strani sogni".
I sogni di Kessi sono sette ed ognuno "ha un significato che la tradizione popolare associa generalmente alla morte, o al regno dei morti" (Gaster).
Il primo (gli parve di trovarsi dinanzi a un’enorme porta, che tentava disperatamente di aprire) e il settimo sogno di Kessi (trovava un drago accovacciato a destra della porta e, a sinistra, alcune sozze e orride Arpie) definiscono il simbolo centrale intorno a cui ruota tutto il senso del "viaggio", e questo simbolo non è altro che quello della porta che conduce all'Averno, la porta che non si può aprire. Questa è la medesima che si incontra nel parimenti antico "Poema di Gilgamesh": la porta che immette nella galleria sotterranea che il dio del sole di notte attraversa e che induce al mondo dei morti e che è guardata da esseri mostruosi (nel poema sumerico gli uomini-scorpione, nella storia ittita il drago e le sozze Arpie, che Kessi nel sogno traspone dal mondo dei morti alla porta della propria casa). Ma dei due, è il Cacciatore quello che sembra avere più titoli per costituire un paradigma al tempo stesso mitico e letterario del mondo dei morti.
Kessi a noi sembra essere propriamente colui che per sua stessa natura appare destinato a fornire le "misure". con cui la Letteratura, nella sua fase costitutiva e fuoriuscendo, per così dire, dal sogno, per poter essere dovrà "misurarsi" col mondo dei morti. Poiché la coppia mortalità/immortalità non può essere accostata dall'uomo che attraverso le facoltà ir/razionali, Kessi insegna a tutti gli autori e, per essi, a tutti i protagonisti dei poemi a venire, smaniosi di forzare le soglie dell'umano destino, che il regno della Morte non può essere concepito che a partire dal Sogno. Così, Kessi dorme e sogna, e sognando dà le sue "misure". E tutto appare più chiaro se comprendiamo che Kessi altri non è che una più antica ipostasi di Orione.
”In primo luogo Kessi è un cacciatore. In secondo luogo, in uno dei suoi sogni, egli si era visto legato e incatenato, e anche questo doveva essere un presagio di ciò che lo attendeva. In terzo luogo, il nome della moglie di Kessi è Shintalimeni e nella lingua degli Hurriti (Horei), alla quale questo nome appartiene, la parola shint significa "sette". Combinando queste indicazioni, ne deriva la seducente possibilità che Kessi altri non fosse che Orione e ciò per le seguenti ragioni: a) Orione era un cacciatore; b) fu incatenato al cielo; c) fu rappresentato nell'atto di inseguire le sette sorelle, e specialmente la più giovane, che divennero poi le Pleiadi" (Gaster).
Kessi che, come Cacciatore, sogna il regno dei morti, in quanto ipostasi di Orione di quel regno diviene egli stesso l'ingresso stellare, poiché ai piedi della costellazione di Orione, secondo gli antichi si apriva l’ingresso stellare al Regno dei Morti.
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Nella storia del Cacciatore ittita si realizza, per la prima volta e nella forma più chiara, la duplice natura del sonno, che è al tempo stesso oblìo e (pre)veggenza, oblio della vita vissuta come un incubo, e pre-visione onirica della morte, che è intuita come la vera vita, o comunque come l'estrema verità. Ma ciò che, soprattutto, colpisce è il cordone ombelicale che viene a stringersi tra questi sogni di Kessi e la Letteratura, che da lì sembra nascere e da lì sembra evolvere seguendo, sia ad oriente che ad occidente, i medesimi paradigmi, a conferma non solo della trasmissione culturale delle immagini oniriche, ma anche di quell'altro fondamentale assunto, secondo cui la poesia trova la propria gestazione già in grembo al mito. Nel Mulino d'Amleto di G. De Santillana - H. Von Dechend (trad. 2003) possiamo leggere: "...l'idioma del mito porta con sé l'emergere della poesia... da questa zecca sono usciti tipi ben delineati (sopravvissuti fino ad oggi, per esempio, nei giochi dei bambini, nelle figure degli scacchi e delle carte da gioco) unitamente alle avventure loro destinate; e queste immagini orali sono sopravvissute al sorgere e al cedere di imperi, si sono accordate a nuove civiltà e a nuovi cambiamenti...".
Le immagini, in un certo senso codificate e normalizzate, contenute nella tavola dei Sogni di Kessi, saranno Metafore e Segni di riferimento non solo, in senso ampio, per tanta parte della Poesia Epica successiva, ma anche, per qualche specifico riferimento, in senso più ristretto, per la letteratura del meraviglioso e del fantastico.
L'enorme porta che non si può aprire e che è guardata da draghi e da altre mostruose creature non solo trova corrispondenza nel "massiccio cancello (che) era difeso da creature spaventose e terribili, mezze uomini e mezze scorpioni" del Poema di Gilgamesh, ma anche nelle "larghe porte dell'Ade" e nelle Chere odiose e divoratrici del libro XXIII dell'Iliade, o, ancora, nelle "case putrescenti dell' Ade" dei libri X-XI dell' Odissea, che si situano nell'estremo Nord, la nebbiosa terra dei Cimmèrii, ai confini dell' "Oceano corrente profonda", anzi dell' "Oceano gorghi profondi", e cioè nel fatale gorgo di Orione qui riproposto, come Maelstrom, nella distesa marina piuttosto che in quella celeste. E ritorna nell' Eneide come porta dell' Averno, sorvegliata da Gorgoni, Arpie e quant'altre orride creature. Ma siano queste figure teratologiche Gorgoni o Chere, Uominiscorpione o Centauri, tutte sono riconducibili all'archetipo della fatale porta che nel sogno di Kessi è custodita dalle dee Damnassara, le Arpie.
E se è del tutto evidente che questa fatale porta, diaframma e confine tra mondo dei vivi e mondo dei morti, si pone all’origine di tutte le consimili porte presenti nella “grande” letteratura, non sarà meno vero che, per una via più indiretta e desacralizzata, essa fonderà l’archetipo di riferimento di tante narrazioni del fantastico angoscioso (il cosiddetto horror) del tipo “non aprite quella porta”,
Anche i rimanenti sogni di Kessi fanno capo al medesimo ambito di riferimento di quelli analizzati e si pongono come immagini archetipiche del rapporto tra Morte e Letteratura. Il secondo sogno, per esempio, quello dell'uccello che piomba improvvisamente dal cielo e rapisce un'ancella intenta al lavoro, altro non è che una visione di morte legata alla credenza, diffusissima non solo nella mitologia mesopotamica, ma anche in quelle iranica e ugro-finnica, che "gli uccelli trasportassero i defunti nel mondo dell'aldilà"; ma, ancora, non potrà non rappresentarsi alla nostra sensibilità come una chiarissima irruzione dell’elemento perturbante (tipico del genere fantastico) nel fluire della narrazione.
I divini padri del quarto sogno, che sono visti nell'atto di attizzare un fuoco, non possono non richiamare alla mente il fuoco dell'inferno, la fucina dei fulmini e il mito dei Ciclopi. Il terzo sogno, quello della folgore che investe un gruppo di persone, è anche esso una metafora della morte, anzi della premonizione della morte, come chiarisce e conferma il sogno analogo attraverso il quale Enkidu, nel Poema di Gilgameš, riceve un primo presagio dell'approssimarsi della morte.
Ma, tornando, per concludere, al quinto ed al settimo sogno, non sarà difficile riconoscere in essi, il manifestarsi ancora una volta del principio fantastico del perturbante, che nel quinto sogno (egli si vedeva con le mani legate e i piedi avvinti da catene simili ai monili dei quali si adornano le donne) assume la veste della crisi d’identità, e nel settimo quella dell’elemento teratologico del mostro metà uomo e metà bestia.
Per gentile concessione dell'autore, prof. Alfonso Cardamone (a.cardamone@email.it)
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