|
Non si sa se per la calligrafia dei medici, che in tutti i tempi non è stata mai molto chiara, o per una saggia determinazione degli stessi, "acqua di vite" si trasformò in "acqua di vita" e come tale passò dall'Italia negli altri paesi: così in Francia si ebbe "l'eau de vie", in Inghilterra "uisge" da cui poi derivò la denominazione "whisky"; anche il termine "vodka" tradotto letteralmente significa acquetta.
Così però l'acquavite non sta sempre a significare acqua di vite, ovvero quella bevanda ottenuta dalla distillazione del vino; si può ottenere altresì acquavite per distillazione di vinacce (grappa), o di materie prime zuccherine o amidacee preventivamente sottoposte a fermentazione alcoolica (di orzo = whisky; di bacche di ginepro = gin; di canna di zucchero = rum; di prugne = slivoviz; di ciliegie = kirsh; di cereale = vodka).
L'acquaviste di vino venne per tanti anni chiamata "cognac" dalla cittadina francese Cognac nota appunto per l'industria di questa acquavite; la Francia poi rivendicò tale denominazione e con un trattato del 1948 l'Italia vi rinunciò, impegnandosi ad impedirne l'uso.
Nel 1951 una legge, dettando precise norme sulla produzione dei distillati di vino, e di quelli naturali in genere, stabilì che per i distillati di vino potevano essere usati alcuni nomi protetti dalla legge stessa: acquavite di vino, distillato di vino, arzente (proposto da Gabriele d'Annunzio in luogo di cognac), brandy.
I produttori italiani adottarono unanimamente il termine "brandy" (voce inglese) forse per far piacere ad una certa inclinazione del consumatore italiano alle voci straniere, ma anche per le esigenze del turismo e della esportazione nei confronti dei paesi di lingua inglese.
Per la propaganda dell'acquavite italiana sorse in Roma un "Istituto nazionale per la tutela del brandy italiano".
pat2005
|